| Teologia
e spiritualità nello spiritual
Nelle chiese AfricanAmericane
lo Spirito di Dio non era un concetto astratto, la vaga percezione di
una speculazione filosofica. Lo Spirito era il “potere salvifico
di Dio” che “ruota al centro della ruota”. Lo Spirito
era Dio che irrompeva nelle vite del popolo. Lo Spirito era Dio che irrompeva
nelle vite del popolo. Lo Spirito era la presenza di Dio con il popolo
e la volontà di Dio di provvedere ad esso il coraggio e la forza
per tirare avanti. E il popolo era grato della presenza di Dio e rinnovava
i suoi incontri per resistere fino alla fine
Naturalmente, sebbene vi siano dati oggettivi disponibili a ciascuno studioso
della musica Nera e della storia, e sia possibile giungere a determinate
conclusioni sulla base di tali dati, è chiaro che c’è
un livello più profondo di esperienza che trascende l’oggetto
della ricerca storica oggettiva, e quella esperienza è disponibile
solo per quelli che condividono lo Spirito e partecipano alla fede del
popolo che ha creato queste canzoni. Mi riferisco al potere e all’energia
che emergono nella devozione Nera al Dio dell’emozione.
Per interpretare il significato di quello spiritual per la comunità
Nera, gli strumenti “accademici” non sono sufficienti. L’interprete
deve sentire lo Spirito, cioè, uno deve sentire il modo in cui
si esprime il potere della musica Nera, rispondendo sia al suo ritmo che
alla fede. Questi canti invitano il credente ad avvicinarsi alle vere
sorgenti dell’esistenza Nera e a sperimentare il potere della comunità
Nera di resistere e la sua volontà di sopravvivere .
Molto opportunamente Leroi Jones scrive: “il Dio che parla nelle
canzoni nere non è lo stesso delle canzoni bianche., sebbene le
parole possano essere le stesse (di fatto, però, esse non sono
pronunciate allo stesso modo) Ma c’è una differente qualità
di energia che esse attirano” .
La musica Nera è musica di unità: unisce la gioia e la tristezza,
l’amore e l’odio, la fede e la disperazione della gente Nera,
e muove il popolo in direzione della totale liberazione. Essa dà
forma e definisce l’esistenza Nera e crea le condizioni culturali
per l’espressione Nera. La musica Nera è unificante perché
confronta l’individuo con la verità dell’esistenza
Nera e afferma che l’essere Nero è possibile solo in un contesto
comunitario. La musica Nera è funzionale: i suoi propositi e obiettivi
sono direttamente correlati con l’autocoscienza della comunità
Nera. Essere funzionale significa essere utile in un senso comunitario,
nella definizione, stile e movimento della comunità.
Cantare, suonare non è dunque un modesto passatempo, ma una profonda
necessità. Come sostiene Charlie Parker:
“La musica è la tua propria esperienza, i tuoi pensieri,
la tua saggezza. Se non la vivi non verrà fuori dal tuo strumento”
.
La musica Nera è una realtà viva e per capirla è
necessario comprendere le contraddizioni inerenti l’esperienza Nera.
La musica Nera è allo stesso tempo sociale e politica. E’
sociale perché è Nera, e questo esprime la separazione della
comunità Nera. E’ una ribellione artistica contro l’umiliante
indifferenza della cultura occidentale. La musica Nera è politica
perché nel suo respingere i valori culturali Bianchi afferma l’essere
altro della gente Nera. Attraverso il canto, una nuova coscienza politica
viene continuamente creata, antitetica ai valori della società
bianca. La musica Nera è anche teologica, cioè ci parla
dello spirito divino che muove il popolo verso l’unità e
l’autodeterminazione.
Il
dibattito sulla Black Music
I primi commenti e dibattiti
furono incentrati, forse troppo ovviamente, sulla musica degli spirituals.
Il primo importante collezionista di musica Nera, William Francis Allen,
fu sorpreso che “nessuno sforzo sistematico fosse stato fatto per
collezionare e preservare” le canzoni degli schiavi, dal momento
che “la capacità musicale della razza negra è stata
riconosciuta da molti anni” .
Come molti Settentrionali Bianchi di quel periodo e di quello successivo,
egli prese atto che la creatività dell’espressione musicale
degli spirituals fosse evidente di per sé, anche se egli descriveva
i creatori Neri come persone semibarbare. Non gli venne mai in mente che
l’arte e il pensiero non possono esser separati, e perciò
c’è qualcosa di contraddittorio nell’idea di “scoprire
la ricca vena musicale che esiste in questo popolo semibarbaro”
. Sebbene egli abbia correttamente riconosciuto la creatività musicale
delle slave songs, la sua personale esperienza culturale gli precludeva
un incontro con il livello più profondo dell’esperienza umana
riflessa negli spirituals.
Sebbene molti Bianchi, come Allen, riconoscessero il “genio musicale”
come unica distinzione di una razza altrimenti degradata, alcuni non volevano
riconoscere nemmeno quello. Il più notevole fra tali detrattori
della musica Nera fu il musicologo tedesco Richard Wallaschek. Nel suo
libro Primitive Music (1893) scrisse che le canzoni dei Neri erano “mere
imitazioni di composizioni europee che i negri avevano appreso e riproposto
con variazioni di scarsa importanza” . Riferendosi specificamente
alla collezione di Allen, Ware e Garrison scrisse che egli non “pensava
che queste e le altre canzoni non meritassero l’apprezzamento ad
esse rivolto dagli editori perché sono indubbiamente adattate,
per non dire ignorantemente plagiate, dalle canzoni nazionali di tutte
le nazioni, segnali militari, marce ben note, canzoni di studenti tedeschi,
ecc.” .
Per una ragione o per l’altra, pochi studiosi si schierarono con
Wallaschek, le cui motivazioni razziste erano evidenti nei suoi scritti.
Il suo libro, tuttavia, creò un grande dibattito intorno all’originalità
delle canzoni degli schiavi.
Una delle prime risposte negative al punto di vista di Wallaschek venne
da Henry Krehbiel, un musicologo Bianco. In una approfondita analisi,
egli tentò di dimostrare che le canzoni degli schiavi erano “il
solo significativo corpo di canzoni che sia venuto all’esistenza”
in America e che esse erano la musica autentica della gente Nera.
John W. Work, James Weldon Johnson e Alain Locke si unirono a Krehbiel
nell’attaccare Wallaschek.
Work, un professore di musica alla Fisk University, si concentrò
sulla originalità della musica degli schiavi tentando di fare emergere
il background africano degli spirituals. La foga del suo attacco alla
tesi “dal Bianco al Nero” di Wallaschek evidenzia la personale
devozione di Work alle canzoni degli schiavi:
“Imitazioni!” Sarebbe
folle tentare di negare il fatto che la musica del Nero Americano mostri
alcune somiglianze con la musica di altri popoli…ma affermare che
egli (Wallashek) abbia trovato altre più grandi somiglianze fra
la musica dei Negri e la musica europea che non derivi naturalmente dalla
unicità della natura umana, pone lo scrittore sotto il sospetto
che egli sia disinformato, male informato, superficiale, non scientifico,
o tutte queste cose insieme.
“Variazioni!”…Forse il Dr. Wallaschek ha sentito il
negro cantare i “long meters” del Dr. Watt e di altri scrittori
di inni. Se è così, egli ha certamente sentito alcune variazioni
che nessun uomo ha sentito prima! Perché il Negro è capace
di prendere uno di questi inni e cantarlo con una voce tale da farli sembrare
più che “una composizione europea, appresa e riproposta con
variazioni di scarsa importanza” perché egli può correre
su e giù per la scala musicale e fare cambiamenti sempre stando
a tempo e in modi così abbaglianti da sconcertare i non iniziati
.
Johnson, come Work, respinge
la tesi “dal Bianco al Nero” asserendo che gli spirituals
sono l’unica musica popolare americana e il più sofisticato
e distintivo contributo artistico che essa abbia da offrire . Egli negò
la possibilità di un’influenza dalla Scozia o dalla Russia,
ma ammise che gli schiavi potessero essere stati influenzati dai loro
padroni. Osservò tuttavia che:
“Se Negri ignoranti svilupparono
canzoni come Deep River, Steal Away to Jesus, Somebody’s Knockin’
At Yo’ Do’, I Couldn’t Hear Nobody Pray e Father Abraham
ascoltando i loro padroni cantare inni gospel, questa scoperta non li
sminuisce, ma li esalta” .
Anche Alain Locke affermò
l’originalità e la distintiva ricchezza della musica Nera.
La sua bellezza, dichiarò, non è limitata da una consapevolezza
di razza, ma afferma un ideale universale per l’intera nazione americana
.
La discussione sugli antecedenti culturali delle canzoni degli schiavi
si arricchì dagli anni ‘20 in poi da studi specializzati
che misero insieme le competenze di antropologi e musicologi. Il dibattito
si incentrò sul tema dell’”Africanismo” o delle
“sopravvivenze africane” fra gli schiavi degli USA. Da una
parte, le monografie di Newman White , Guy Johnson e George Pullen Jackson
che confrontavano gli spirituals Bianchi e Neri del XIX secolo, mostrarono
le difficoltà di impuntarsi sulla origine esclusivamente africana
degli Spirituals. D’altra parte, i lavori pionieristici di Melville
Herskovits sull’Africanismo e gli ultimi articoli di Sterling Brown
sulle canzoni degli schiavi, evidenziano i seri limiti della tesi “dal
Bianco al Nero”. Brown prende in considerazione entrambi gli estremi
e conclude che:
“Un dare e ricevere sembra
logico. Le corrispondenze tra melodie Bianche e Nere sono state definite.
Il completo Africanismo degli Spirituals non è più sostenibile.
Gli Spirituals sono ovviamente scritti in un idioma musicale non africano,
almeno non così tanto come la musica di Haiti, Cuba o Brasile,
ma tutto questo non dimostra che lo Spiritual Negro è un’imitazione
della musica bianca o non originale o privo di tracce dell’idioma
africano. Il fatto di una grande differenza tra le canzoni popolari negre
e gli inni dei camp-meeting dei Bianchi persiste. Anche i più cocciuti
aderenti del punto di vista che le origini degli spirituals negri sono
nella musica bianca sono d’accordo che lo Spiritual è ora
definitivamente patrimonio del Negro e, indifferentemente dal suo luogo
di nascita, è ora definito nella sua originalità”
Certamente, dibattere sul grado
di originalità delle Slave Songs è di limitata utilità,
ma era oltraggioso che la creatività artistica dei musicisti negri
dovesse essere negata o sminuita da chiunque, e a tali sprezzanti affermazioni
sulla musica Nera si doveva rispondere ovunque apparissero. Ciononostante,
dal punto di vista dell’ethos Nero, permaneva una limitazione nel
dibattito incentrato sull’artista in una società che considerava
comunque l’arte in modo riduttivo.
I Bianchi potevano affermare che i Neri erano dei grandi musicisti senza
cessare di negare loro l’appartenenza alla società americana.
Cantare
gli spirituals
"Io credo
che i cantanti Bianchi, i cantanti da concerto, possono cantare gli spirituals
- se li sentono. Ma per sentirli è
necessario conoscere la verità sulla loro origine e storia, metterli
a contatto con le associazioni di idee che li circondano, e comprendere
qualcosa di ciò che essi hanno significato nell'esperienza del
popolo che li ha creati. In una parola, la capacità di sentire
queste canzoni mentre si canta è più importante di qualsiasi
apporto di pura tecnica artistica" .
Queste parole di Johnson chiariscono
sufficientemente che la natura di questa è di essere propriamente
una musica spirituale, l'esplodere di un sentimento profondo che necessita
urgentemente di essere espresso.
È vero che il grande valore artistico degli spirituals li ha portati
a conoscere uno straordinario successo in qualunque maniera siano stati
proposti, dal coro polifonico all'orchestrazione classica, dal quartetto
alla contaminazione con altri geNeri; ma è altrettanto vero che
la loro profonda natura è quella di essere una musica che interviene
a supportare e a liberare un sentimento.
Per quanto esistano testi e scuole che insegnano a suonare o cantare,
resta irrinunciabile, perché tale musica raggiunga lo scopo per
la quale è stata creata, che chi la canta se ne lasci possedere.
Alcune interpretazioni contemporanee di brani della tradizione spiritual,
pur impeccabili nella tecnica, evidenziano che è il cantante che
cerca di dominare sul canto, e non il contrario.
È inoltre fondamentale che chi canta (e chi suona) conosca il testo
dello spiritual; lo conosca non semplicemente nel senso che ne comprende
i termini e il significato geNerale, ma sia in grado di coglierne la dimensione
poetica e teologica. Sappia cioè compiere una operazione di "condivisione
semantica" attraverso una forma di conoscenza che non è quella
meramente intellettuale dell'uomo occidentale moderno. Le parole dello
spiritual devono "risuonare" nel cuore dell'interprete, come
pure di chi ascolta. Come un bravo cantante riesce a fare risuonare gli
armonici della nota che canta, così un bravo cantante di spiritual
deve saper far risuonare una serie il più possibile ampia di analogie
fra la lettera del testo e il suo ambito semantico, cioè tutto
il mondo di rimandi testuali e musicali che lo circondano.
I testi degli spiritual sono
un esempio eccellente di una straordinaria semplicità che si associa
ad una inesauribile potenzialità di sviluppare "armonici".
Prendiamo ad esempio il semplice testo di Somebody's Calling My Name:
Hush, O, hush,
Somebody's calling my name,
Hush, O, hush,
Somebody's calling my name,
Hush, O, hush,
Somebody's calling my name,
O, My Lord,
O, my Lord,
What shall I do?
Il testo è indubbiamente
facile e universale, ma le domande poste (una diretta: Cosa devo fare?;
l'altra indiretta: Chi è che chiama?) obbligano a non fermarsi.
Ecco che il contesto biblico del brano viene via via emergendo: la chiamata
di Samuele nel tempio? La vocazione di Isaia? L'annunciazione dell'angelo
a Maria? Il vento che soffia fuori della grotta di Elia, la grotta che
Dio copre con la mano mentre passa la sua Gloria? Si aprono i sentieri
della semantica biblica: il silenzio dell'ascolto e della contemplazione;
la risposta attonita e fiduciosa che si manifesta nella domanda "cosa
devo fare?"; il dubbio sull'identità di chi chiama.
La ripetizione dei versi, l'insistita elencazione dei nomi, la concretezza
delle immagini sono tutti caratteri dell'epica.
Si ricordi però anche che molti spirituals nascono e si sviluppano
in un contesto celebrativo nel quale il predicatore ha modo di orientare
i fedeli e di aiutarli a muovere dalle parole e dal ritmo del canto per
giungere ad una vera e propria mimesis. Il fedele è trascinato
dal canto a partecipare attivamente ad un rito che non è la banale
ripetizione o recitazione di eventi accaduti ad altri molto tempo fa,
ma un autentico rivivere tali eventi come attuali.
Non diversamente, il rito della Pasqua ebraica, in cui i commensali sono
invitati a considerare se stessi come contemporanei di Mosè è
un rito memoriale, proprio nell'accezione che il verbo ebraico zikkaron
ha di "rendere presente". Ecco il "canto degli azzimi"
che si canta nella notte di Pasqua:
Questo che noi mangiamo è
il pane dell'afflizione
Che i nostri padri mangiarono un tempo nella terra d'Egitto.
Chi ha fame, venga e mangi,
chi ha bisogno venga tra noi a festeggiare la pasqua.
Quest'anno siamo qui esuli ancora,
ma l'anno prossimo
liberi noi saremo in Israele.
Il processo di identificazione
personale nella storia narrata nel canto è il medesimo nella comunità
Nera che canta lo spiritual: Mosè, il faraone, Giosuè, gli
apostoli…non sono figure del passato ma "compagni del presente".
Il loro destino è il medesimo di colui che canta:
Il mio Signore non ha forse
liberato Daniele?
E perché non ogni altro uomo?
È quindi facilmente
comprensibile perché gli spirituals attingano a determinati libri
biblici e non ad altri. Le storie che più colpiscono la comunità
Nera sono quelle che hanno a che fare con interventi miracolosi di Dio,
guarigioni, messaggi di speranza.
Fra i libri biblici più utilizzati troviamo l'Esodo e l'Apocalisse;
fra i personaggi più citati Mosè, Daniele, gli angeli; fra
i luoghi il fiume Giordano e il Paradiso.
Diversamente dal blues, più
scorbutico e individualista, lo spiritual necessita di un'assemblea e
l'assemblea non può limitarsi ad ascoltare. L'assemblea è
parte dell'esplicitarsi dello spiritual e ne definisce, con la propria
emotività e la propria partecipazione, l'intensità, la durata,
la forza. Addirittura l'assemblea può condizionare il procedere
stesso del canto introducendo grida, rumori, strofe nuove, ballando, battendo
le mani e i piedi, talvolta raggiungendo livelli parossistici fino allo
svenimento.
Indicazioni
per l'interpretazione musicale
Cantare gli spirituals può
essere un’esperienza spirituale ed emotiva molto profonda, ma per
evitare che i brani non riescano ad esprimere tutto il loro potenziale
di incoraggiamento nella fede è bene tenere conto di alcune indicazioni.
In primo luogo, è importantissimo che l’assemblea comprenda
appieno il significato del testo. In genere si tratta di brani molto semplici
che possono essere spiegati in breve tempo, ma, al di là degli
approfondimenti che potete trovare al termine di ciascun brano, è
importante che cantanti e musicisti comprendano che ogni genere musicale
richiede un approccio specifico, e lo spiritual non fa eccezione. Se si
interpreta uno spiritual come se fosse un comune brano della tradizione
europea, poco alla volta perderà la sua forza e non darà
più, per così dire, il meglio di sé.
Ecco quindi alcuni semplici suggerimenti per il direttore del coro, i
cantanti e i musicisti che vorranno cimentarsi nell’interpretazione
dei brani di questo libro .
Direttore
Se volete inserire qualche
spiritual durante una celebrazione liturgica, è importante che
il direttore, o colui che ha la responsabilità di scegliere i canti,
conosca bene il repertorio e proponga brani adatti all’occasione,
anche in relazione alle letture bibliche previste per il servizio o la
predicazione.
Non dimenticate che la musica è parte importante del servizio liturgico
e che il culto è un'esperienza totalizzante cui molti partecipano
anche attraverso i testi musicali.
Talvolta l'utilizzo di una canzone in un determinato momento del culto
può essere molto espressivo.
Quando potete, aggiungete all'esecuzione vari strumenti come chitarre,
tamburi, percussioni, ma fatelo con discrezione. Non esagerate! Il battito
delle mani può essere molto efficace nell'esecuzione di certi brani
(ricordatevi che il battito delle mani cade sempre sul tempo debole della
battuta, cioè, su un tempo di 4/4 sul secondo e quarto battito,
non sul primo ed il terzo come abitualmente si fa in Europa).
Naturalmente è importante che cantare e suonare non sia fine a
se stesso, ma esprima un autentico modo di pregare.
Quando il brano viene eseguito in concerto, non si deve dimenticare che
si tratta comunque di un canto che esprime un’autentica esperienza
di fede e non può mai essere interpretato da un punto di vista
profano. Spetta al direttore fare capire al coro il valore e il senso
di ciò che sta cantando.
Accompagnamento
(Pianista,
Organista, Chitarrista o altri)
Quello di chi accompagna è
un ruolo importante, quindi prestate attenzione al direttore, al solista
e anche al coro.
Se suonate in chiesa e nessuno dirige l'assemblea, è compito dell'accompagnatore
guidarla con il suo strumento; in tal caso guidate l'assemblea con convinzione.
State attenti a non suonare troppo forte. Ciò potrebbe sopraffare
il canto o distrarre da un'atmosfera meditativa.
L'uso della modulazione tra le strofe (cioè il cantare il verso
successivo dell'inno o della composizione in una chiave diversa, in genere
aumentando di un semitono o di un tono intero) produce varietà
e stimola l'assemblea.
E’ importante ricordare che gli spirituals sono canti che non prevedevano
un accompagnamento musicale, ma solo ritmico. Già dopo il 1870,
però, divenne comune armonizzare le melodie ed accompagnarle con
la chitarra, l’organo o il pianoforte.
Lo strumento base del gospel (il successore, per così dire, dello
spiritual) è il pianoforte, affiancato, spesso dall’organo
Hammond (Leslie B-3) e da un basso. La chitarra era molto utilizzata dagli
evangelisti itineranti negli anni ’30-’50 (per esempio da
Sister Rosetta Tharpe) o per accompagnare i quartetti. Potete accompagnare
il coro anche con uno solo degli strumenti base (pianoforte, organo o
chitarra). In ogni caso è importante che le pause nel canto siano
riempite dallo strumento.
Gli spartiti non danno la velocità del brano, perché, come
risulta da diverse testimonianze, non esisteva un tempo standard: la velocità
veniva adattata al contesto. Alcuni brani avranno chiaramente un tempo
lento (Calvary, He Nevuh Said a Mumbalin’ Word…), altri uno
veloce (Joshua Fit the Battle of Jericho, When the Saints Go Marchin’
in…), ma nella maggior parte dei casi spetterà al direttore
o all’accompagnatore scegliere il tempo migliore in relazione al
testo e al contesto.
Assemblea
e coro
Cantate con
partecipazione, cercando di mettere tutto il corpo a servizio del
canto.
Quando la bocca è bene aperta, i meccanismi vocali funzionano più
liberamente e più facilmente. I suoni vocalici dovrebbero essere
lunghi e intensi, mentre quelli consonantici dovranno essere brevi e distinti.
Non preoccupatevi troppo della pronuncia (però anche non troppo
poco). I creatori dello spirituals non erano studenti di Oxford e non
si preoccupavano troppo della sintassi, ma, anche se talvolta storpiavano
o inventavano le parole, sapevano bene quello che volevano dire. Ciò
che non deve mai mancare è la consapevolezza che lo spiritual è
preghiera, non (o almeno non solo) performance artistica.
Cercate di amalgamare le vostre voci. Non sforzatevi di farvi sentire
più degli altri cantando troppo forte.
Cantate con il direttore, il coro e gli strumenti, non prima o dopo essi.
L'introduzione strumentale di una canzone deve preparare i seguenti aspetti:
· Tono
· Tempo (veloce, lento, moderato)
· Interpretazione (meditativa, vivace, ecc.)
Le canzoni non devono essere
cantate tutte nello stesso modo. Bisogna porre molta attenzione all'interpretazione,
come risulta dalle parole e dal tempo.
Le parole di una composizione possono talvolta condizionare il tempo.
C'è un messaggio nelle parole del testo di ciascuna canzone, quindi
concentratevi e cantate di conseguenza.
Molta attenzione deve essere prestata al ritmo della canzone, perché
in alcuni casi le note di sedicesima e trentaduesima indicano solo movimenti
o inflessioni della voce.
Per noi europei, abituati al rigore della musica scritta, può risultare
difficile cantare o suonare senza rispettare esattamente le regole del
solfeggio.
Quando si cantano gli spirituals (e la stessa cosa vale per il gospel)
è invece importante capire, parafrasando il vangelo, che non è
l’uomo a servizio delle note, ma le note a servizio dell’uomo.
La linea melodica è cioè una traccia, ma non un vincolo:
fate in modo che il canto fluisca spontaneo, che il ritmo non sia troppo
regolare e che la partecipazione emotiva di chi canta si percepisca nel
suo sentirsi “parte del canto” e non semplice esecutore.
Se il canto vi spinge a muovervi, muovetevi liberamente (facendo eventualmente
attenzione al microfono, se lo usate). I movimenti ritmici del coro vanno
bene se vengono accuratamente provati e servono veramente a supportare
il canto.
Improvvisazioni
strumentali
Il beat (ritmo) è uno
degli aspetti più importanti della Black music. Che il ritmo sia
lento, moderato o veloce, bisogna rispettarlo fin dall'inizio. Talvolta
il ritmo cambierà nel corso dell'interpretazione per poi ritornare
alla velocità iniziale, ma in ogni caso bisogna rispettare il ritmo
in ogni momento.
Ci sono ben pochi momenti di silenzio nell'improvvisazione strumentale
nella Black music, e solo per ottenere alcuni effetti particolari. Riempite
tutte le pause nelle misure duplicando gli accordi all'ottava superiore
o inferiore, arpeggi, note di passaggio sia singole che per ottave, accordi
di passaggio, note vicine, superiori e inferiori, volate, fioriture, glissandi,
motivi o frasi cromatiche e così via. Ricordate però che
tutte queste aggiunte devono essere utilizzate con gusto e discrezione.
Qualunque sia la natura della vostra improvvisazione, non lasciate spazi
vuoti. Il cambio di tonalità (modulazione) è molto comune
nella Black music. Esso aggiunge varietà e spesso aumenta l'effetto
emotivo della composizione. Nella maggior parte dei casi, un aumento di
mezzo tono o di un tono intero o una successione di modulazioni sarà
sufficiente. In ogni caso, non ci sono restrizioni su questo.
La maggior parte dei brani può essere ricondotta ad una progressione
di accordi I-IV-V-I in tonalità maggiore o minore, perciò
abbellimenti e decorazioni sono molto comuni nell'interpretazione. Usate
accordi di tonica e di dominante aumentati; accordi diminuiti; accordi
di settima di dominante, aumentati e diminuiti; accordi di nona, undicesima
e tredicesima; rivolti e accordi alterati. Terze, seste e settime bemolle
sono comuni.
Nella Black music si utilizzano sia le cadenze normali che le cadenze
d'inganno. Le cadenze V-VI, V-IV e I-V7/II-V7-I sono comuni. Risoluzioni
ritardate e accordi prolungati sono molto comuni.
Ricordatevi però che “improvvisazione” non significa
necessariamente fare dei tentativi senza avere mai provato!
Improvvisazione
vocale
L'improvvisazione
vocale consiste principalmente nell'abbellimento della linea
melodica ed è in genere riservato al solista. Essa consiste in
genere di legature, volate, , note tenute a lungo, fioriture, cromatismi,
terze, seste, settime diminuite e così via. Quando il solista improvvisa,
l'improvvisazione musicale non deve sovrapporsi.
Particolarità
interpretative dei Negro Spirituals
Interpretate queste composizioni
come sono scritte; tuttavia si può improvvisare qualche variante
senza esagerare e senza distorcere l'intero contesto.
Prestate molta attenzione al dialetto (per dialect si intende qui la particolare
pronuncia di molte parole inglesi così come era comune nelle comunità
Nere del XIX secolo ed è stato riportato in testi di studiosi di
quel secolo n.d.t.). Non cambiatelo in inglese corretto né esageratene
la pronuncia perché, in entrambi i casi, ciò distruggerebbe
il significato del brano.
Linee generali da seguire quando si usa il dialetto:
1. Il dialetto dovrebbe essere
articolato con cura, come le parole di qualunque altra canzone;
2. Le parole inglesi "the", "this" e "that"
diventeranno in dialetto "de", "dis" e "dat".
"De" è solitamente pronunciata "dee" prima
di vocale e "duh" prima di consonante. Esempi: "De"
(Dee") Ol'Ark's A-Moverin'; I Been In "De" (Duh")
Storm.
3. Talvolta le parole di una canzone sono alterate per adattarsi al ritmo
musicale. Per cui "children" diviene "chillun" o "chil-dun";
"heaven" può diventare "heb'm", "heb'n"
o "hev'n"; "Lord" può diventare "Lawd",
"Lo'd" o "Lohd".
4. Si può accompagnare il canto con il battito delle mani.
Chi non conosce l’inglese non deve preoccuparsi troppo di pronunciare
in modo perfetto. Gli schiavi non lo facevano e non se ne preoccupavano.
E’ però assolutamente importante capire il significato generale
del testo e, poco alla volta, anche quello delle singole parole. In effetti
la maggior parte dei testi è semplice e non darà grossi
problemi. Tenete conto che la lingua inglese è ormai una lingua
internazionale, e sapere cantare qualche brano in inglese potrà
aiutarvi a pregare insieme a persone che non conoscono l’italiano.
I
testi degli spirituals
Non si deve pensare che la
religiosità di questi canti sia quella di un cristianesimo ortodosso
che esprime se stesso. Non si tratta propriamente di “canzoni di
chiesa”. Molti di questi canti, a onta del testo di chiara impronta
biblica o moralistica, venivano cantati in occasioni non liturgiche o
ritualistiche e con nessuna particolare devozione. I testi stessi, poi,
manifestano l’evidenza che molti nella comunità non condividevano,
non accettavano o più spesso non si preoccupavano delle cose religiose
e che, in molti casi, versetti e personaggi biblici venivano gettati nel
testo con grande libertà, più per ragioni di rima e di metro
che di significato. Infine, di molte parole non si conosceva più
l’esatto significato e si cantavano per puro ossequio alla tradizione.
Siamo di fronte, quindi, ad un patrimonio testuale di impronta religiosa,
ma di una religiosità popolare che si confonde con i semplici riti
della giornata e che nella quotidianità si esprime per scopi diversi
che vanno dalla celebrazione dei fuNerali al divertimento serale, dall’accompagnamento
liturgico all’accompagnamento del lavoro, dall’esortazione
al corteggiamento.
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