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Richiami
Con l'espressione richiami
mi riferisco a quelle forme di espressione definite come hollers, calls
e cries .
La distinzione fra queste tre forme non è rigorosa, soprattutto
per quanto riguarda la modalità espressiva.
I calls sono principalmente
usati per comunicare messaggi e consistono in brevi frammenti di frase,
talvolta comprensibili, talvolta inarticolati.
Gli africani usavano i richiami per fare annunci, fissare appuntamenti,
riunire assemblee e organizzare il lavoro, e in America tali funzioni
vengono sostanzialmente mantenute.
GeNericamente i richiami sono caratterizzati dall’uso di una voce
in falsetto rauca, ruvida o impastata secondo una modalità espressiva
coltivata e molto apprezzata nelle culture nere.
Fra i diversi tipi di richiamo possiamo distinguere: richiami da campo,
richiami di strada, richiami di caccia, richiami d’acqua.
Una forma particolare di
call è lo holler, un grido in forma di yodel , derivato, secondo
Floyd, da una tradizione del Congo.
Lo holler era molto usato fra gli schiavi sia come sfogo solitario che
come grido di adunata o messaggio convenzionale durante il lavoro.
In alcuni casi lo holler veniva lanciato con l'intenzione che fosse percepito
e ripetuto da altri lavoratori e "passato" di campo in campo
(field holler).
È credibile che lo holler rappresentasse una delle forme di comunicazione
che costituivano il cosiddetto telegrafo, cioè il sistema di informazioni
a distanza utilizzato dagli schiavi nelle piantagioni. Secondo la testimonianza
di molti di loro, il telegrafo consentiva agli schiavi di essere informati
degli eventi esterni prima ancora dei loro padroni Bianchi .
Per l'utilizzo delle più disparate inflessioni della voce e il
ricorso a diverse gamme di estensione, lo holler ha parentele strette
con il blues .
Diversamente dai calls,
che hanno una esplicita funzione comunicativa, i cries (grida o anche
pianti) esprimono una profonda esperienza emotiva, come la solitudine,
la tristezza, il senso di abbandono. Interpolando la melodia con il parlato,
i cries risultano per metà cantati e per metà urlati e utilizzano
forme espressive quali lo yodel, il glissato, vari melismi, inflessioni
microtonali che rendono pressoché impossibile riportarli sul rigo
musicale .
Dai cries campestri derivano gli street cries, utilizzati per le strade
della città per richiamare gli acquirenti. Alcuni di essi vengono
riportati in Floyd .
Il call rimanda all’idea tipicamente africana della “canzone
individuale”, una melodia che esprime il ritmo individuale di una
persona, che è conosciuta da tutti, ma che può essere cantata
solo dal suo “proprietario” .
Vari esempi di hollers sono stati raccolti dalla Library of Congress in
The Archive of Folk Culture . Canti
di lavoro
È probabile che le più
antiche forme di fusione fra la tradizione musicale Nera e quella bianca
siano stati i work songs, cioè le canzoni di lavoro .
Si tratta di canti semplici, senza accompagnamento musicale, usati per
cadenzare il lavoro ed eseguiti geNeralmente seguendo lo schema del call
and response, cioè l'alternarsi di un solista e del coro.
I work songs si cantavano soprattutto nei campi, dove era impiegata la
maggior parte della mano d'opera Nera, durante i lavori per stendere le
linee ferroviarie (railroad songs) e nelle prigioni.
I work songs sono "canti cadenzati". In ciò percepiamo
il combinarsi della tradizione ritmica del patrimonio musicale africano
con la cadenza dei movimenti metodici del lavoro e con la necessità
di rendere meno noiosa la giornata.
Il canto di lavoro ha anche la finalità di cadenzare il ritmo quando
due o più persone svolgono un lavoro insieme, come nel caso dei
rematori o dei minatori.
Per quanto riguarda le fonti documentarie, esistono numerose incisioni
realizzate in carceri americani a partire dagli anni '30 . È certo
che alcune di queste canzoni conservano tracce di antichi work songs,
visto il ricorrere di modelli stilistici e strutturali del tempo della
schiavitù (in particolare la struttura di call and response tra
i versi improvvisati dal leader e il ritornello ripetuto dal coro) .
Il
ring shout
Erede della più comune
forma cerimoniale africana, il ring shout venne per lungo tempo osteggiato
dalle chiese, molte volte dagli stessi pastori Neri che lo immaginavano
espressione di un culto barbarico, selvaggio, forse demoniaco. A causa
delle sue profonde radici culturali e dell’impossibilità
pratica di impedirne lo svolgimento, il ring shout continuò però
a rimanere la forma preferita di espressione religiosa delle comunità
nere degli Stati Uniti. La sua diffusione fu così capillare e perdurò
per così lungo tempo da risultare attestato in praticamente tutti
i resoconti sulla musica e le tradizioni dei Neri americani.
Il carattere proprio del ring shout è comunque di essere una sorta
di danza (ma si tenga presente che uno shouter non la chiamerebbe mai
così) e, in tal senso, il ruolo della musica e del canto è
funzionale: si canta per danzare, non il contrario. La danza nel ring
shout consiste in un movimento antiorario circolare e lento in cui i piedi
vengono strascicati e si agita in modo più significativo solo la
parte alta del corpo. Le numerose testimonianze e l’uso che ancora
se ne fa presso certi gruppi americani indicano una sua funzione di tipo
terapeutico, una specie di ridefinizione dell’io attraverso il movimento
ritualizzato .
L’introduzione di Allen alla presente antologia , riporta la descrizione
di un ring shout:
“Le panche vengono spostate
verso il muro quando il regolare servizio religioso è terminato,
e vecchi e giovani, uomini e donne, giovani in abiti azzimati, braccianti
grottescamente mezzo vestiti, le donne geNeralmente con allegri fazzoletti
annodati in testa e gonne corte, ragazzi con camicie a brandelli e pantaloni
da uomo, ragazze a piedi nudi, tutti stanno in piedi al centro della stanza
e, quando lo ‘sperichil’ inizia, iniziano a camminare e poi
via via a strascicare i piedi intorno, uno dietro l’altro, in cerchio.
Tutti gli elementi del ring
africano sono presenti, con eccezione del suono dei tamburi, proibiti
nelle piantagioni e sostituiti dal battito dei piedi e delle mani e, in
taluni casi, dal picchiare di un manico di scopa sul pavimento di legno.
La pratica del Ring Shout continua tutt’oggi in alcune zone della
Georgia grazie all’impegno di alcuni gruppi per tenere viva la tradizione
.
Processioni
e funerali
Dopo la metà del XIX
secolo esistevano a New Orleans numerose bande costituite da musicisti
di colore. La loro funzione principale era di suonare in occasione di
incontri di società segrete, di matrimoni e di fuNerali. I loro
strumenti musicali, normalmente ottoni, divenNero più facilmente
reperibili durante e dopo la guerra civile (1861-1865) grazie alla messa
a riposo di intere bande militari.
Anche in questo caso, le radici sono da ricercare nelle antiche tradizioni
africane. Le processioni erano comuni in occasione sia dei matrimoni che
dei fuNerali. Altrettanto comuni erano le associazioni, più o meno
segrete.
I fuNerali, come i matrimoni, erano accompagnati da musica veloce e forte,
dal momento che nella società africana l’espressione delle
emozioni è pubblica e non c’è associazione mentale
fra rumore e vita e silenzio e morte. Lo stesso concetto di distacco dal
morto è diverso che nelle società occidentali e la contraddizione
fra dolore e gioia più evidente e drammatica.
Nella società Nera di New Orleans il fuNerale accompagnato dalla
banda musicale diventerà un elemento talmente dominante della scena
musicale da costituire uno degli aspetti fondanti della nascita del jazz.
Floyd riporta una importante testimonianza, quella di Bunk Johnson, musicista
di una banda di New Orleans nell’ultima decade del XIX secolo, su
come si svolgeva un fuNerale:
“Sulla strada per il
cimitero con un Odd Fellow o un Massone – erano sempre sepolti con
la musica, vedi – eravamo soliti suonare brani lenti come ‘Nearer
My God to Thee’, ‘Flee as a Bird to the Mountains’,
‘Come Thee Disconsolate’. Suonavamo quasi qualunque pezzo
in 4/4 suonato molto lentamente; loro marciavano molto lentamente dietro
il corpo.
Dopo che avevamo raggiunto il cimitero e dopo che quelle persone se ne
erano andate, noi tornavamo indietro e marciavamo al suono del rullante
fino a quando arrivavamo a uno o due isolati dal cimitero. A quel punto
passavamo al ragtime.
Suonavamo ‘Didn’t He Ramble’ o prendevamo qualcuno di
quei vecchi spirituals (spiritual hymns) e li suonavamo in ragtime in
2/4 camminando tutti in fretta. ‘Didn’t He Ramble’,
‘When the Saints Go Marchin’In’, quel bel vecchio pezzo,
‘Ain’t Gonna Study War No More’ e molti altri che avevamo
li suonavamo per ottenere quell’effetto.
Avevamo una second line uguale a quella della parata di King Rex, la parata
del Mardi Gras Carnival. La polizia non riusciva a tenere indietro la
second line. Tutti stavano in mezzo alla strada, sui marciapiedi, davanti
alla banda…Ci seguivano folle immense” .
Lo
Spiritual
Il termine Spiritual è
stato ed è usato in modo indiscriminato per indicare tutti i canti
di soggetto religioso che provengono dal mondo degli schiavi americani.
Come risulta evidente da quanto sopra detto e dall’analisi dei brani
contenuti nella presente antologia, si può affermare che tutti
questi canti sono spiritual solo dando a tale termine un significato particolare:
spiritual non significa “religioso”, ma “interiore”.
Il concetto di spiritual attraversa tutta la produzione musicale afroamericana,
al punto che si può affermare che anche il blues sia uno spiritual
, ma nel senso che il canto scaturisce dalla profondità dell’animo
umano ed è espressione del suo profondo sentire, quindi di ciò
che possiamo opportunamente definire “spiritualità”.
Di per sé, lo spiritual non è un genere musicale precisamente
definito, ma un termine per indicare quella che i jazzisti chiamerebbero
mainstream, cioè una “corrente principale” sulla quale
si innestano e dalla quale si dipartono infiniti rami. Lo shout, il moaning,
l’armonizzazione a quartetto, la polifonia corale sono alcune delle
forme in cui si è espresso il messaggio dello spiritual. E non
si deve pensare che tale messaggio sia univoco e riducibile ad alcuni
semplici modelli. Ancora oggi è aperto il dibattito sulla funzione
prevalente dei testi degli spirituals, cioè se essi avessero una
funzione più consolatoria, più rivendicativa o un insieme
di queste cose, o ancora se tali testi nascondessero dei precisi messaggi
in codice o fossero sostanzialmente privi di senso. Una risposta definitiva
non c’è e probabilmente non ci sarà mai, perché
la qualità del testo dello spiritual è una qualità
eminentemente poetica e in quanto tale ambigua. Si avvale inoltre di una
rete di riferimenti culturali estremamente ampia e sottile, i cui capi
principali sono fissati da una parte all’Africa Occidentale e dall’altra
all’America Settentrionale, ma che si lega anche alle tradizioni
dell’Africa araba, del folk irlandese, scozzese e tedesco, ma in
geNerale a tutta la tradizione popolare europea, alla musica ebraica,
ai canti dei nativi americani e soprattutto allo sviluppo musicale dell’America
Centrale e Meridionale. Tutti questi legami possono sembrare eccessivi,
frutto più di una geNerica elencazione che di reali riscontri,
ma un’attenta analisi delle forme musicali e testuali dello spiritual
viene via via dimostrando che gli influssi extra-africani sono veramente
numerosissimi e spesso insospettati. Solo a titolo di esempio, Johann
S. Buis in un saggio del 1998 riprende e sviluppa una teoria già
espressa dalla Parrish nel 1942, la quale riteneva che l’origine
primaria dello shout si deve cercare in una danza araba; l’analisi
di Buis lo porta però a trovare possibili relazioni con il mondo
scandinavo, olandese e inglese e a verificare che lo stile di danza oggi
praticato dai McIntosh County Shouters, un gruppo che pratica ancora lo
shout secondo il vecchio stile delle isole della Georgia, è molto
simile a quello della danza saut che si pratica nel Bahrein.
Un punto fermo della ricerca del significato dello spiritual dovrà
essere l’individuazione del momento in cui il confluire delle diverse
tradizioni ha dato origine a qualcosa di radicalmente nuovo, diverso non
in quanto assolutamente originale, ma perché è il prodotto
di una combinazione nuova e soprattutto stabile di modelli precedenti.
In questo senso il cry o lo holler non rappresentano una novità,
ma piuttosto un elemento di continuità con l’Africa, ed è
solo quando tali forme di canto si combinano e si dissolvono in una forma
nuova che, per così dire, diventa possibile dare un nome al fiume
che scaturisce da tanti ruscelli.
Molti studiosi individuano la nascita dello spiritual intorno alla fine
del XVIII secolo, in concomitanza con il diffondersi del grande movimento
religioso che va sotto il nome di Secondo Risveglio . In effetti sarebbe
più corretto dire che tale periodo non corrisponde alla nascita
dello spiritual, ma piuttosto al suo emergere, in quanto proprio il contesto
degli incontri religiosi inter-razziali porterà vari Bianchi a
conoscere questa musica e a discuterne su giornali e riviste, creando
le premesse perché il genere venisse percepito come tale. E’
peraltro possibile che lo spiritual sia fiorito in occasione dei meetings
religiosi del secondo risveglio perché è in quel momento
che gli ultimi apporti culturali, quello dell’innologia bianca e
quello dell’esplodere del fenomeno dei predicatori Neri, lo portano
a maturazione .
Nella ricerca dei possibili autori dei testi e delle melodie degli spirituals,
emerge come principale protagonista proprio il predicatore e come ambiente
vitale il call and response con l’assemblea. Poco alla volta la
prassi di rispondere alle parole ispirate del preacher portò alla
nascita di vere e proprie canzoni, come testimonia Ella Clark:
“Molti si interrogano sull’origine degli spirituals…Un
gran numero è nato nei camp meetings e in altri momenti di culto
in cui si vivevano forte emozioni e l’eccitazione era al culmine.
Parole e musica erano spontanee ed estemporanee e derivavano in larga
misura da frasi forti e da brani della scrittura enfatizzati e ripetuti.
Molto spesso il sermone del predicatore veniva interrotto da un leader
del coro ispirato a rispondere con una canzone” .
Il luogo in cui gli spirituals nascevano era spesso il camp-meeting, nel
corso dei quali “le guide dei cori aggiungevano ritornelli e strofe
agli inni ufficiali…Nuove canzoni con melodie ripetitive e attraenti,
canzoni spontanee inventate al momento e canti nuovi chiamati ‘spirituals
songs’ per distinguerle dagli inni e dai salmi” .
Un altro evento che possiamo
individuare come momento simbolo della nascita dello spiritual è
l’invenzione della sgranatrice del cotone, la “cotton gin”,
nel 1793. Tale invenzione rivoluzionò in pochi anni la coltura
del cotone. Visto che la macchina aveva un rendimento cento volte superiore
a quello di un uomo, divenne possibile produrre enormi quantità
di cotone, la raccolta del quale richiedeva una quantità sempre
maggiore di manodopera schiavista . Se nel 1800 si producevano nel Sud
degli USA 35 milioni di libbre di cotone, nel 1840 se ne producevano 670
milioni e alla vigilia della Guerra Civile il Sud schiavista produceva
da solo l’80% del cotone mondiale. Nel frattempo il numero degli
schiavi era più che triplicato, ma soprattutto era cambiato il
sistema stesso della piantagione che, almeno per quanto riguarda le poche
grandi piantagioni, era ora strutturato in modo rigorosamente funzionale
alla produzione. Il Re Cotone divenne il vero e proprio Faraone degli
schiavi, il nuovo re che era sorto per opprimere i figli di Dio .
Adottata per convenzione la data del 1790 per l’emergere dello spiritual,
dobbiamo dire che esso si trovò subito in concorrenza con il genere
innico. Per quanto l’inno religioso sia una delle fonti principali
dello spiritual, vi sono evidenti differenze fra i due geNeri, differenze
che non venNero né comprese né sottolineate in quegli anni.
Quando nel 1801 Richard Allen, il fondatore della Bethel African Methodist
Episcopal Church, la prima chiesa Nera indipendente degli USA, diede alle
stampe una raccolta di canti religiosi, la intitolò A Collection
of Hymns and Spirituals Songs. Tale raccolta, che comprendeva fra gli
altri brani di Wesley, Watts, Newton e dello stesso Allen, godette di
grande fama fra i Neri. Il fatto è che la sua antologia non riportava
le melodie, anzi era possibile cantare i testi su melodie diverse. Di
conseguenza il modo di cantare gli “inni del dottor Watts”,
come venivano comunemente definiti, varierà enormemente da comunità
a comunità ed in ogni caso l’interpretazione che ne veniva
data nelle comunità di colore non integrate nella società
bianca era radicalmente diversa da quella delle comunità bianche.
Anche una analisi superficiale degli inni raccolti da Allen evidenzia
la grande differenza che li distingue dagli spirituals che andavano sviluppandosi
nelle piantagioni, soprattutto per quanto riguarda la struttura formale
dei testi. Poiché gli inni sembravano più “nobili”
dei grezzi canti delle piantagioni, finirono per imporsi nella liturgia
delle chiese libere AfricanAmericane del Nord, alcune delle quali rifiutavano
esplicitamente il ricorso allo shout o lo “sdoganamento” di
spiritual di origine meridionale.
Gli spirituals si svilupparono quindi nelle regioni del Sud, prendendo
successivamente il nome di Plantation Songs, Sorrow Songs, Slave Songs.
Il corpus degli spirituals veicolava ormai una vera e propria “teologia
della sopravvivenza”, necessaria per salvaguardare la comunità
Nera dalla disgregazione e dalla disperazione .
E’ possibile che una svolta significativa nei testi degli spirituals
si sia verificata dopo il 1832, anno della fallita rivolta di Nat Turner.
La fine dell’insurrezione fu accompagnata da un moltiplicarsi delle
misure di controllo e di repressione che portarono ad un aumento dei tentativi
di fuga da parte degli elementi più scaltri in concomitanza con
lo svilupparsi delle attività della Ferrovia Sotterranea, che organizzava
la fuga verso il Nord. Secondo Fisher , più o meno in questo periodo
si affievolì anche la speranza di un ritorno in Africa per mezzo
del progetto di emancipazione degli schiavi nello stato della Liberia.
Poco alla volta divenne chiaro che la libertà si sarebbe ottenuta
solo attraverso un evento violento e traumatico, espresso negli spirituals
con l’immagine apocalittica della fine dei tempi. A quest’epoca
risalgono anche i primi tentativi di preservare testi e melodia dei canti
delle piantagioni, e l’uso di riportare la parlata dei Negri in
una grafia corrotta .
Il periodo d’oro dello spiritual, più per la presenza di
testimonianze e fonti che per l’effettivo incremento del patrimonio
musicale, è quello che precede e percorre la Guerra Civile. Soprattutto
durante la guerra fu possibile raccogliere grandi quantità di testimonianze
e canti, mentre l’interesse del pubblico Bianco per la musica degli
schiavi andava aumentando, anche per il diffondersi di un geNerale interesse
per il folklore.
Ma l’esplosione del fenomeno spiritual a livello mondiale si ebbe
dopo il 1871, a seguito della trionfale tournée dei Fisk Jubilee
Singers. I cantanti erano studenti della appena costituita Fisk University
di Nashville, Tennessee e la loro tournée aveva lo scopo di raccogliere
fondi per il finanziamento dell’università stessa. Dopo un
difficoltoso inizio, il gruppo conobbe uno straordinario successo che
lo portò ad esibirsi in Germania, Svizzera e Gran Bretagna diffondendo
per la prima volta gli spirituals fuori dalla loro terra di origine. I
ragazzi tornarono a Nashville dopo avere incassato 150.000 dollari, una
cifra enorme che permise tra l’altro di edificare un nuovo edificio
chiamato Jubilee Hall. Il successo dei Fisk Jubilee Singers indusse altri
gruppi a proporre gli spirituals fuori dal loro contesto e i concerti
nei grandi teatri americani ed europei si moltiplicarono.
Questo grande successo fu però anche una delle cause che portarono
alla fine dell’età dello spiritual. Il pubblico che accorreva
numeroso agli spettacoli dei cori di ex-schiavi non poteva apprezzare
lo stile informale, ritmico e ineducato con cui gli spirituals venivano
cantati nelle assemblee nere, e divenne giocoforza per i cori di colore
adeguare le proprie performance alla sensibilità bianca, cantando
in parti ben definite, adeguando la pronuncia e scegliendo nel repertorio
i brani di maggior impatto emotivo ed artistico.
Contemporaneamente altri fenomeni preparavano la fine dello spiritual
e l’avvento di una nuova forma musicale, primo fra tutti il cambiamento
del contesto sociale e lavorativo. I Neri ora liberi non avevano più
bisogno di riunirsi segretamente per cantare né di giustificare
le proprie assemblee come raduni religiosi. Le danze profane venNero via
via sostituendosi al ring shout mentre poco alla volta morivano i vecchi
maestri di quell’antica arte. Il sistema della piantagione venne
inoltre spazzato via dalla guerra e dalla crisi economica che segnò
la fine della seconda rivoluzione industriale. Numerosi Neri si trasferirono
al Nord e andarono a lavorare nelle fabbriche, luoghi in cui non era possibile
né necessario accompagnare il lavoro con il canto; infine, la vita
nelle periferie dei centri urbani aveva forme diverse da quella nei quartieri
delle piantagioni e chiedeva di esprimersi in modi nuovi.
Verso la fine del XIX secolo iniziarono a diffondersi i quartetti (in
genere maschili) che interpretavano a più voci spirituals ed inni.
Tale forma ebbe successo soprattutto a partire dagli anni ’30 del
XX secolo, ma già nel 1895 esistevano incisioni su disco .
Nel pieno di questo mutamento sociale e culturale venne a conclusione
il conflitto fra inno e spiritual apertosi all’inizio del secolo
XIX.
Nel 1892 John Tonsor segnalò sulla rivista Music che lo spiritual
stava scomparendo “di fronte alla marcia trionfale del gospel”
. Nel 1893 William Henry Sherwood pubblicò due collezioni di canti
sacri che contenevano numerosi inni di sua composizione incentrati sull’attuale
condizione dei fedeli, sui loro bisogni e sulle loro speranze. Nel 1905
Charles Albert Tindley pubblicò un’ulteriore collezione con
brani che, pur nella forma dell’inno, favorivano un’interpretazione
vicina alla tradizione africana . Fra il 1906 e il 1909 in California
prese vita il movimento pentecostale, anch’esso nutrito di nuovi
canti e nuovi stili ; al nudo canto degli schiavi si erano ormai accostati
gli strumenti musicali, gli ottoni delle bande militari, i tamburi e tamburelli
non più proibiti dalle leggi schiaviste, il banjo, il violino e
la chitarra, non più proibiti dai vecchi Pastori e, finalmente,
l’organo.
Il Gospel, una nuova musica, era nata. L’epoca dello Spiritual era
finita.
Resta da discutere se le diverse
anime dello spiritual e le diverse forme della sua espressione debbano
infine condurre a valorizzarne gli aspetti comuni o a sottolinearne le
differenze; se, quindi, sia possibile uno studio unitario del fenomeno
o se non sia meglio distinguerlo nei suoi sottogeNeri fino a svuotare
di senso proprio il termine spiritual. Ma questo richiede di essere rimandato
ad un diverso contesto.
Un
documento fondamentale:
Slave
Songs of the United States
Slave Songs of the United States
è la prima ampia raccolta di Spirituals, pubblicata negli Stati
Uniti e la più importante fonte per la conoscenza degli spirituals,
sia per la quantità di materiale presente, che per l’accuratezza
del lavoro svolto dagli editori, che per essere la più antica fra
le raccolte disponibili.
In effetti, Slave Songs non raccoglie tutti gli Spirituals (di fatto ne
sono stati prodotti migliaia e di questi molte centinaia sono stati conservati
e catalogati), ma segna l’inizio del diffondersi del patrimonio
musicale AfricanAmericano fuori dai confini della comunità Nera
e lo fa con molto rispetto e devozione.
Sulla base delle mie indagini sulle radici dello Spiritual, mi sono convinto
che proprio da questo testo debba partire un cammino di approfondimento
e di analisi della tradizione.
Pur condizionata dal limite di dovere trascrivere i brani musicali senza
potersi avvalere di supporti di registrazione, questa antologia è
una raccolta coerente e significativa, capace di definire con buona approssimazione
una delle prime fasi di formazione della tradizione musicale AfricanAmericana.
Slave Songs of the United States è il risultato del primo tentativo
sistematico di salvaguardare la tradizione dei “canti di piantagione”
in un momento storico in cui si percepiva la concreta possibilità
che il mutare delle condizioni sociali ed economiche causasse fra l’altro
la scomparsa del contesto vitale in cui tali canti si erano prodotti e
in cui si continuavano a cantare .
Il fatto che tale opera sia una collezione di brani reperiti in diversi
contesti e da diversi redattori indica che era già in atto uno
sforzo per preservare il patrimonio esistente, anche se in modo frammentario
e spesso inconsapevole. Ma se, salvo rare eccezioni, la ragione principale
che aveva spinto vari intellettuali, viaggiatori, testimoni a trascrivere
i testi e talvolta la melodia delle plantation songs stava principalmente
nel desiderio di riferire di occasionali e felici incontri, l’intento
degli editori di Slave Songs è invece chiaramente fondato su un
obiettivo (la collezione più ampia possibile di canti con l’intento
di preservarli) e un metodo (la selezione del materiale sulla base di
criteri definiti).
L’intenzione di Allen e dei suoi collaboratori è di collezionare
sia materiali già reperibili su riviste e testi, sia canti che
è ancora possibile ascoltare negli stati del Sud all’inizio
della seconda metà del XIX secolo. Per fare ciò, essi si
rivolgono a colleghi, conoscenti ed amici in possesso di documenti o addirittura
già intenzionati a pubblicarli in collezione.
La maggior parte di questi testimoni Bianchi sono dilettanti dotati di
sufficienti competenze musicali per trascrivere una melodia in forma eurocolta,
e intellettuali sufficientemente tenaci per indagare sui riposti significati
delle strane inflessioni e storpiature dell’inglese dei Neri. Appartengono
inoltre ad una classe sociale omogenea caratterizzata da cultura, amore
per la forma, dedizione alla letteratura, sensibilità per la tradizione.
L’esperienza della Guerra Civile e delle precedenti diatribe sull’emancipazione
degli schiavi li ha ulteriormente raccolti intorno a ideali di uguaglianza,
compassione, dedizione, coraggio. Fra di loro vi sono ufficiali, educatori,
docenti universitari, giornalisti. Molti di loro sono contemporaneamente
tutte queste cose.
La loro dedizione ci consente oggi di accedere, pur con molte attenzioni,
alle radici del genere musicale che si definisce spiritual.
Rispetto ad altre raccolte coeve di spirituals e a citazioni occasionali
di brani all’interno di racconti di ex-schiavi, Slave Songs of the
United States ha il vantaggio di aggiungere ai testi la linea melodica,
sia pure, come sottolineano i curatori, approssimativa. Si tratta, in
effetti, della prima consistente raccolta di melodie tradizionali afroamericane
che comprenda musica, testo, un adeguato apparato di note e una approfondita
introduzione .
A Slave Songs fecero seguito altre raccolte che portarono, nel corso del
XIX secolo, a catalogare circa 600 spirituals. Tale sforzo di reperimento
e collezione deve essere visto nella prospettiva dell’interesse
che la cultura romantica aveva acceso nei confronti della cultura popolare
e tradizionale. Fu proprio nel corso del XIX secolo, infatti, che negli
USA e in Europa giunsero a maturazione le idee nazionaliste che diedero
vigore all’interesse per il passato e alla ricerca dei caratteri
appunto nazionali dell’arte popolare.
Nello stesso periodo in cui si raccoglievano le Slave Songs, Francis Childe,
professore alla Harvard University, e l’inglese Cecil Sharpe indagavano
per esempio sulle origini inglesi del folklore americano, anch’essi
limitati dal fatto di non potere usufruire di strumenti di registrazione
in grado di conservare non solo la trascrizione della linea melodica,
ma anche le modalità espressive e interpretative dei brani. Lo
stesso Thomas W. Higginson, uno dei più entusiasti sostenitori
della pubblicazione di Slave Songs, era un cultore e collezionista di
canti popolari scozzesi e ascoltava sempre con grande interesse le canzoni
popolari e le antiche nenie e filastrocche che provenivano dalle diverse
regioni degli Stati Uniti,
Per quanto riguarda gli spirituals, il lavoro di Allen e dei suoi collaboratori
fu provvidenziale. Distrutta alle radici dalla Guerra Civile la struttura
economica e sociale da cui scaturivano, cioè il mondo delle piantagioni,
essi finirono per modificarsi progressivamente passando dalla forma di
canti di lavoro o canti legati alla vita rurale all’uso nelle chiese
e nelle celebrazioni urbane degli shouts, alla rielaborazione polifonica
in vista dell’attività concertistica di gruppi come i Fisk
Jubilee Singers, a costituire uno degli affluenti del Gospel degli inizi
del XX secolo.
L’ultima opportunità per registrare gli esausti bagliori
di quella tradizione fu colta da studiosi come Lomax che, negli anni ’30
del XX secolo, nell’ambito di una mastodontica impresa di registrazione
e catalogazione del patrimonio popolare, identificarono in alcune remote
contee e nei penitenziari i luoghi in cui, permanendo una condizione di
lavoro simile a quella schiavista, divenne possibile imprimere su nastro
quegli elementi (interpretazione, inflessioni vocali, variazioni…)
che settanta anni prima fu tecnologicamente impossibile fissare.
Fra i 136 brani della raccolta ne ho selezionati circa 50, escludendo
i pochi di soggetto profano e i molti che non rappresentavano esempi significativi.
E' stata pubblicata un’edizione completa di Slave Songs, a cura
di Roberto Leopardi e Luca Cerchiari, che potete trovare nelle librerie. |