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Un’analisi delle caratteristiche
della musica religiosa AfricanAmericana deve iniziare da una ricerca delle
radici culturali che, in misura diversa, hanno accompagnato gli schiavi
sull’altra sponda dell’oceano.
Le dirette influenze africane sulla vita della comunità Nera americana
sono innegabili e coprono ogni aspetto dell’esperienza.
“Non c’è
dubbio che nessun altro popolo sulla terra sia sensibile come questo popolo
al suono della musica, che le persone più influenti portano come
un ornamento al proprio stato” .
La viva impressione che al capitano Richard Jobsom fecero i re e i nobili
delle popolazioni che abitavano lungo il corso del fiume Gambia, accompagnati
nei loro movimenti da schiere di musicisti, ci introduce a cercare di
comprendere quale fosse, e in qualche misura qual è, la funzione
della musica nella società africana.
Non c’è praticamente evento sociale che in Africa non sia
accompagnato o, per meglio dire, espresso, con la musica e la danza. Siamo
in presenza di un modello culturale opposto al nostro .
Solitamente nel mondo occidentale la musica viene utilizzata, nelle occasioni
sociali civili e religiose, come “supporto” estetico, eventualmente
come “fiocco” con cui decorare una cerimonia particolarmente
significativa. Non esistono in Italia momenti celebrativi che richiedano
necessariamente la presenza della musica. Essa viene apprezzata come mezzo
per dare solennità ad un evento, mai per esprimerlo. L’assenza
di musica non toglie validità né ad una cerimonia religiosa,
né ad un evento civile o sportivo quale la visita di un capo di
stato o una partita di calcio. Per quanto potremmo trovare riduttivo un
matrimonio senza musica, nessuno si sognerebbe di contestarne la validità
legale; lo stesso si può dire per una finale di coppa o per il
messaggio di inizio d’anno del Presidente della Repubblica.
Nulla di tutto questo in Africa dove, per quasi tutte le attività
e i momenti della vita di un individuo o di una comunità, c’è
una musica appropriata. La musica è parte integrante dell’esperienza
dell’uomo africano dalla nascita fino alla morte. E’ la musica,
insieme alla danza, che “dice” l’esperienza, la musica
che, in qualche modo, la rende sociale in quanto esprimibile. Potremmo
dire, con gli opportuni distinguo, che nelle società africane la
musica costituisce un codice di comunicazione evoluto e necessario quanto
il linguaggio della filosofia o delle scienze in occidente; o anche che,
mentre in occidente la musica svolge una funzione essenzialmente emotiva
e in quanto tale impressiva, in Africa essa ha i caratteri dell’espressività,
realizza cioè la funzione di permettere a più individui
di comunicare fra loro.
Un’altra caratteristica della musica africana intesa come codice
di comunicazione è di essere espandibile, come ogni codice deve
necessariamente essere. Si noti che anche nel contesto europeo esistono
situazioni nelle quali la musica è comunicazione esplicita di qualcosa,
per esempio nelle diverse sequenze melodiche della tromba militare (la
sveglia, il silenzio, la carica…) o nelle sigle dei programmi televisivi
che ne segnalano l’inizio o la fine. Quotidianamente, inoltre, semplici
strumenti musicali vengono utilizzati come veicoli di comunicazione, soprattutto
con funzione di avviso (suoNeria del telefono, campanello di ingresso,
sirena della fabbrica…). Tutti questi segnali, però, non
realizzano un codice coerente, nel senso che non essendo combinabili fra
loro non consentono espansioni o variazioni di significato. Rappresentano
un codice statico, semplice e quasi del tutto sganciato da fini estetici
o artistici.
D’altra parte, come fa notare Leroi Jones,
“la ‘musica seria’
non ha mai avuto un ruolo essenziale nella vita degli europei , come del
resto nessun’altra arte dopo il Rinascimento […] Nella cultura
africana invece, era ed è tuttora impossibile tentare di separare
musica, danza, canto, prodotti artigianali, vita dell’uomo e culto
degli dèi. Ogni espressione è vita, e perciò bellezza.
Nell’occidente il ‘trionfo della mentalità economica
sull’immaginazione’ rende possibile la tremenda separazione
fra vita ed arte. Di qui, una musica ‘d’arte’, ben distinta
da quella che si può fischiettare lavorando la terra”.
In Africa, praticamente tutte
le azioni della vita dell’individuo e della comunità hanno
una musica appropriata. La musica è parte integrante della vita:
attraverso la musica la vita si esprime, gli eventi si realizzano, la
natura, l’uomo e gli dèi comunicano fra loro.
I viaggiatori europei che per primi venNero a contatto con le culture
dell’Africa occidentale e che lasciarono dei resoconti di viaggio
sono concordi nel sottolineare il ruolo fondamentale della musica nella
vita della comunità. Riti agricoli, festeggiamenti di battaglie
vinte, incoronazioni di re, celebrazioni di eventi storici hanno tutti
le loro musiche, i loro canti e le loro danze, strettamente interconnessi.
Nella tradizione africana non è possibile scindere il momento musicale
da quello del canto né da quello della danza, e uno dei traumi
che gli schiavi dovettero subire in America Settentrionale (un destino,
questo, diverso da quello degli schiavi deportati in America Centrale
e Meridionale) fu la proibizione di danzare durante i riti religiosi,
cosa che appariva sconveniente e sacrilega ai Puritani inglesi.
La più approfondita e ampia descrizione del mondo musicale africano
lasciataci da un viaggiatore europeo del XIX secolo è quella di
Edward Bowdich, inviato in Africa nel 1817 dall’African Committee
di Londra per stabilire relazioni commerciali con gli Ashanti.
Essendo un buon musicista dilettante, oltre che pittore, riportò
diverse melodie africane sul rigo musicale, descrisse con precisione strumenti
musicali e modelli esecutivi ed incluse immagini ad acquerello nel suo
libro.
Bowdich si sforzò di trascrivere le melodie che ascoltava, incontrando
notevoli difficoltà dovute all’attitudine africana di abbellire
le melodie con improvvisazioni:
“…Fui fortunato
ad incontrare la rara occasione di ascoltare un indigeno capace di suonare
le note fondamentali di ciascun brano; egli è il miglior esecutore
del paese…Tentare degli arrangiamenti…avrebbe alterato le
melodie (originali) e danneggiato l’intenzione di farle conoscere
nella loro struttura originale. Non ho osato inserire un bemolle o un
diesis…”
In due modi si poteva improvvisare
su un canto:
1. Con variazioni melodiche;
2. Con variazioni nel testo.
Naturalmente le une influenzavano
le altre. Un musicista poteva modificare la melodia per adattarla ad una
strofa nuova o modificare parzialmente un testo della tradizione per adeguarlo
ad una melodia nota.
Noteremo più avanti come questo modo di lavorare sul canto, tipico
della tradizione del canto popolare, conoscerà una grande fortuna
nella musica religiosa della Nuova Inghilterra e si incontrerà
fecondamente con la tradizione AfricanAmericana.
Bowdich nota che le variazioni di una melodia possono derivare sia da
un’improvvisazione estemporanea sia da un repertorio tradizionale:
“…I loro abbellimenti
sono così numerosi, alcuni estemporanei, alcuni trasmessi da padre
in figlio, che solo la costante ripetizione può segnalare l’inizio
della melodia: talvolta tra ciascun inizio (di strofa) essi inseriscono
alcuni accordi, talvolta saltano una battuta, talvolta riprendono dal
mezzo, al punto che tutto è lasciato all’arbitrio dell’esecutore…”
Sostanzialmente una canzone
era costituita dal ripetersi numerose volte di una breve melodia, di volta
in volta eseguita con variazioni.
Quando l’esecuzione implicava più artisti, potevano essere
introdotti elementi armonici, quali il cantare una terza, una quarta o
una quinta sotto la melodia principale.
Un uso molto comune era quello di alternare la voce del solista con la
risposta di un secondo solista o di un coro composto di due o più
persone che ripetevano la stessa parte del solista o una frase standard.
Questa forma antifonale, una delle più comuni nella musica AfricanAmericana,
prenderà il nome di call-and-response.
Musica, danza e poesia erano in Africa inestricabilmente legate: poeta
e musicista erano normalmente la stessa persona, e la danza accompagnava
immancabilmente la performance dell’artista.
Canto e recitazione si confondevano spesso nella forma del recitativo.
Allo stesso modo, un canto poteva evolvere in un “parlato”
(ma si ricordi la naturale musicalità delle lingue africane), come
pure un discorso poteva svilupparsi nell’improvvisazione di una
canzone.
La forma del call-and-response si adattava meglio di ogni altra ai passaggi
dalla forma parlata a quella cantata e viceversa. Sia al solista che al
coro era possibile recitare piuttosto che cantare e passare senza problema
dall’una all’altra forma.
Per quanto riguarda la danza,
essa fu la forma di espressione artistica che più colpì
i primi viaggiatori europei. Diversamente che nel mondo europeo, in cui
la danza conosceva spazi ben definiti e tempi limitati, in Africa sembrava
che non esistesse fine all’attività del danzare. Molti reportage
di viaggio ricordano le interminabili danze serali che si protraevano
fino all’alba o fino al crollo per spossatezza dei danzatori. In
effetti, come la musica, la danza era una forma di comunicazione quanto
di ricreazione e di espressione. C’erano danze per celebrare tutti
gli eventi della vita dell’individuo e della comunità: nascita,
pubertà, guerra, matrimonio, morte.
Esistevano diverse forme di danza, ma la più comune veniva praticata
in cerchio, antenata del ring-shout degli schiavi di cui si tratterà
più avanti.
John Atkins, che viaggiò in Sierra Leone intorno al 1730, descrive
così una danza in cerchio:
“Uomini e donne fanno
un cerchio in una zona aperta della città e uno alla volta danno
dimostrazione della propria abilità nel compiere antichi gesti
e movenze con grande esubero di agilità. La musica è realizzata
dai presenti che battono le mani insieme aiutati dal forte rumore di due
o tre tamburi” .
Richard Jobson riporta che:
“…I presenti sembravano
incoraggiare i danzatori applaudendo, come per tenere il tempo…”
.
Caratteristiche della
danza africana notate da molti viaggiatori sono le seguenti:
· La tendenza a muovere soprattutto
la parte alta del corpo e la testa, con scarsi movimenti dei piedi (questo
aspetto si ritroverà nel modo AfricanAmericano di danzare i canti
religiosi);
· L’esibizione dell’abilità dei singoli ballerini;
· La disposizione dei musicisti al centro del cerchio;
· La partecipazione degli astanti in cerchio con il battito delle
mani o altre forme di rumore o suono;
· L’utilizzo di oggetti simbolici quali il bastone o la spada;
· L’accostamento della danza a forme di drammatizzazione
in occasione di feste o cerimoniali.
Il linguaggio poetico
era caratterizzato dall’uso di figure retoriche, fra cui spiccavano
le metafore. Bodwich lo definisce un linguaggio “iperbolico e pittoresco”.
I testi delle canzoni hanno in genere un contenuto sociale: trattano degli
eventi quotidiani come pure di tradizioni e ricordi, ma sempre avendo
presente la dimensione comunitaria del canto. Le strofe vengono modificate,
integrate, ne vengono aggiunte di nuove per commentare ciò che
sta avvenendo, ma raramente il canto ha la funzione di mettere in luce
il vissuto dell’artista in quanto tale. Il musicista non canta se
stesso, i suoi guai personali, i suoi sentimenti, ma è interprete
della vita della comunità; la sua canzone è patrimonio comune,
autenticamente popolare perché protagonista è la comunità
stessa.
Le azioni rituali africane comprendevano quasi sempre, dunque, danze,
uso di percussioni e canto e potevano realizzarsi in forma di danza di
massa, con movimenti convenzionali da parte di grandi folle; in forma
di danza in linea, circolare, semicircolare o a serpentina; in piccoli
gruppi di due, tre o quattro persone.
Come già detto, la forma di danza più comune era quella
in cerchio, perché era in essa che si esprimeva nella massima simbolicità
la dimensione comunitaria, solidale e catartica della società.
All’interno del cerchio, i partecipanti possono esprimere non solo
una dimensione religiosa, ma anche una serie di relazioni sociali orizzontali
e verticali che vanno dall'attestazione di solidarietà o di ostilità
nei confronti di un pari livello fino all’espressione di deferenza
nei confronti di un superiore o di riconoscenza nei confronti di un benefattore.
Sempre all’interno del cerchio era possibile sfoggiare la propria
abilità nella danza imitando ed esprimendo con i gesti il suono
degli strumenti.
Quello che avveniva all’interno del cerchio era però regolato
da norme socialmente definite: le azioni dei partecipanti erano regolate
dai responsabili dei diversi ambiti, dal capo danza, al maestro dei suonatori
di tamburo, al direttore degli astanti.
L’importanza di questa tradizione avrà effetti incalcolabili
sulla musica degli AfricanAmericani.
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