L'importanza della musica bianca
 
La musica bianca in America

La società coloniale del XVII secolo era sostanzialmente una società rurale. Solo l’8% della popolazione risiedeva in piccole città, la più grande delle quali era, nel 1720, Boston con 12.000 abitanti. Se nella città il luogo di aggregazione sociale era la taverna, nelle campagne la gente si riuniva intorno alla meetinghouse (la chiesa). Era la chiesa che forniva, oltre ai servizi religiosi, le occasioni e gli spazi per altre attività sociali, e fra esse fondamentali erano quelle correlate con la musica e la danza.
La danza rappresentava nelle colonie la forma preferita di divertimento e quindi la migliore occasione di incontro. Si danzava al suono del violino, spesso suonato da uno schiavo, ma altri strumenti erano apprezzati, quali le viole di ogni dimensione, i virginali, gli oboe, ecc.
Il primo organo da chiesa permanente fu installato a Boston nel 1714 (a quasi due secoli di distanza dall’installazione di un organo in Messico, nel 1528), ma l’uso comune era di cantare a voce scoperta, in quanto l’uso di strumenti musicali nella chiesa riformata puritana era assolutamente proibito.

Nelle chiese del New England Bianchi e Neri sedevano separati, ma cantavano insieme seguendo l’intonazione del celebrante, cui spettava anche il compito di scegliere quale salmo cantare. La procedura prevedeva che il precentore (o maestro del coro) leggesse o cantasse uno o due versi dei salmi e l’assemblea li ripetesse. Era sua responsabilità iniziare a cantare il salmo nella giusta tonalità e cantare con voce chiara e forte.
Questo modo di cantare, che alternava secondo il modello responsoriale la voce del precentore con quella dell’assemblea, si definisce “lining out”.
Normalmente, quindi, i fedeli imparavano i salmi meccanicamente a forza di ripeterli, senza avere alcuna formazione musicale precisa; di conseguenza era frequente che, nel corso del tempo, i canti si modificassero nella linea melodica e nella durata delle singole note. Si noti, però, che testo e musica non erano originariamente correlati: lo stesso salmo poteva essere cantato su melodie diverse, anche se spesso l’esperienza suggeriva quale fosse la melodia che meglio si adattava ad un determinato testo.

Il primo libro ad essere pubblicato nell’America settentrionale fu il Bay Psalm Book (1640), un salterio che conteneva il testo dei salmi ma non la linea melodica.
Per facilitare il canto, la versione biblica di Re Giacomo, quella comunemente in uso, venne modificata per salvaguardare il ritmo e una certa sonorità nelle rime.
Per quanto riguarda la misura, i salteri del XVII secolo privilegiano il metro lungo (8.8.8.8), il metro comune (8.6.8.6) ed il metro corto (6.6.8.6).
Questa modalità di cantare i salmi, senza notazione musicale e senza accompagnamento strumentale, causava ovviamente dei problemi, soprattutto se il maestro del coro sbagliava il tono d’inizio o arricchiva troppo la melodia con abbellimenti e variazioni. Inoltre, il modo tradizionale di cantare i salmi, chiamato “modo comune”, consisteva in un tempo molto lento, grave e serio, con frequenti ornamenti lasciati al gusto degli esecutori. Poiché mancava una precisa scansione del ritmo, che tendeva a seguire il testo e ad adeguarsi all’uso dei fedeli, spesso i canti assumevano un andamento irregolare, trascinato e confuso, con voci che si sovrapponevano una all’altra, inizi e chiusure casuali, perdite del tono, ecc.
Intorno al 1720 si sviluppò, in opposizione a questo uso, un movimento che intendeva migliorare la qualità del canto. I riformatori si proponevano di sostituire al “modo comune” un “canto regolare”, che procedesse seguendo regole precise, in un tempo misurato e con intonazioni esatte.
Non fu ovviamente facile modificare le abitudini: alla gente piaceva il vecchio modo di cantare lento e libero, ma, istituendo scuole di canto e società di cantanti ed introducendo nelle chiese l’uso dell’organo, i riformatori ebbero la meglio. Si costituirono veri e propri cori da messa e venNero pubblicati innari con le linee melodiche.
Nel frattempo, nel 1707, il Dr. Isaac Watts, un Ministro del culto inglese, pubblicava un volume intitolato Hymns and Spiritual Songs, che divenne immediatamente popolare e godette di un intramontabile successo grazie soprattutto alla vitalità dei testi, ispirati ai salmi, ma sostanzialmente originali.
Nel 1737 John Wesley, fondatore della Chiesa Metodista, pubblicò a sua volta un libro, A Collection of Psalms and Hymns, da utilizzare nella propria congregazione. Le musiche degli inni di Wesley erano ispirate a quelle dei Fratelli Moravi, un gruppo pietista di origine tedesca che Wesley aveva sentito cantare sulla nave che lo conduceva in America.

Quale influenza ebbe sulla comunità Nera ascoltare e cantare questi inni? In che misura gli spirituals sono debitori degli inni puritani e metodisti?
Semplificando, si potrebbe dire che l’influenza della musica bianca sulla musica Nera abbia assunto sempre meno forza via via che si scende verso sud. Lo spiritual Nero, infatti, ha le proprie origini in particolare nel sud degli Stati Uniti, cioè in una regione che sta a metà fra il Nord propriamente detto, in cui la presenza degli schiavi si ridusse rapidamente fino a scomparire e l’America Centrale e Meridionale, in cui gli schiavi vivevano e lavoravano in grandi piantagioni lontano da qualunque contatto con i Bianchi.
Fu in effetti il Sud degli USA a divenire il laboratorio della musica AfricanAmericana nel XIX secolo, a causa della presenza massiccia dell’etnia Nera e della contemporanea convivenza con l’etnia bianca.
E’ certo che i Neri, schiavi o liberi che fossero, conoscevano e cantavano insieme ai loro padroni e vicini di casa Bianchi gli inni, non solo nel New England, dove i rapporti fra Bianchi e Neri erano improntati a un certo paternalismo, lo schiavo era considerato parte della famiglia e riceveva la stessa istruzione religiosa dei Bianchi, ma anche negli stati schiavisti del Sud.
La maggior parte delle confessioni religiose presenti nelle colonie riteneva proprio dovere prendersi cura in qualche modo della minoranza Nera: la catechesi e l’educazione musicale venNero quindi estese anche alla popolazione di colore e già nei primi decenni del ‘700 è attestato che “servi inglesi e negri” frequentano il catechismo di domenica e cantano i salmi al termine della funzione. Bianchi e Neri cantavano insieme, ma fin da subito i Neri si misero in luce per una particolare vocazione alla musica, tale da spingere numerose chiese a fornire loro un’istruzione non solo catechistica ma anche musicale.
Vari pastori pubblicarono libri sull’arte del canto religioso. In particolare due volumi venNero pubblicati a Boston nel 1721: An Introduction to the Singing of Psalm-Tunes, In a Plain & Easy Method, del Rev.John Tufts e The Ground and Rules of Musick Explained, or An Introduction to the Art of Singing by Note, del Rev.Thomas Walter.
Nelle stesse scuole non religiose per Negri, che cominciarono a fiorire agli inizi del ‘700, il corso di studi prevedeva, accanto al leggere e scrivere, l’apprendimento dei salmi. Lo studio dei salmi era anzi finalizzato a favorire l’apprendimento del leggere, seguendo un metodo che evidentemente faceva leva sul piacere che i Neri provavano nel cantare e recitare tali testi.
La comunità religiosa che più si distinse nell’uso della musica fu quella dei Fratelli Moravi, le cui cerimonie religiose erano caratterizzate da un ricorso continuo al canto. E’ attestato che uno dei membri della prima comunità morava insediata a Bethlehem in Pennsylvania nel 1741 fu Andrew the Negro (Andreas der Mohr).

A causa però delle significative differenze culturali ed economiche fra il Nord ed il Sud, il rapporto fra Bianchi e Neri ebbe nelle regioni meridionali un carattere più difficile e complesso.
Anche al Sud gli schiavi prendevano parte ai servizi religiosi, seduti nelle gallerie delle chiese o sul pavimento, ma spesso i proprietari di schiavi preferivano che l’istruzione religiosa ai Neri fosse data in un contesto diverso da quella data ai Bianchi.
Talvolta i Neri seguivano le prediche dalle finestre della chiesa, talvolta erano volontariamente tenuti lontani dal catechismo, anche perché era comune l’idea che, ottenendo il battesimo, lo schiavo avrebbe potuto rivendicare la propria liberazione.
Una legge dell’assemblea della Virginia specificò quindi ufficialmente nel 1667 che il battesimo non comportava l’automatica emancipazione dello schiavo.

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