Non è compito di
questa sintetica introduzione affrontare il tema ampio e complesso della
presenza africana nelle Americhe; è però necessario che
il lettore conosca almeno a grandi linee la cornice entro la quale questi
canti sono scaturiti.
La grande maggioranza dei Neri
americani abitava negli stati del Sud, e fra essi quasi tutti erano schiavi.
Negli stati del Nord la questione della schiavitù, o della peculiar
institution come la si definiva all’epoca, era oggetto di accesi
dibattiti, non meno che al Sud. Ma l’opinione degli intellettuali
del Nord era ovviamente condizionata da un punto di vista in qualche modo
defilato e, in quanto tale, più razionale e idealistico di quello
di coloro che, pur assertori talvolta dell’opportunità o
della necessità morale dell’emancipazione degli schiavi,
vivendo all’interno del sistema schiavista ne coglievano più
la complessità che l’aspetto ideale.
Il dibattito storiografico sul sistema schiavista è ancora oggi
acceso e consente di fare sempre più luce sull’insieme di
intricati meccanismi economici, sociali, psicologici ed etnici che lo
strutturavano .
Dal 1450 al 1900 furono deportati
nelle americhe circa 11,7 milioni di africani.
Se fino al 1600 il numero fu relativamente basso (367.000 in 150 anni),
dal XVII alla fine del XIX secolo la tratta forzata assunse dimensioni
enormi, al punto che l'Africa subì una crisi demografica le cui
conseguenze si ripercuotono fino ad oggi.
I primi schiavi a giungere in America furono utilizzati per il lavoro
nelle miniere caraibiche e come domestici, ma, a partire dalla metà
del XVII secolo, lo sviluppo delle piantagioni di canna da zucchero rese
economicamente vantaggioso procurarsi mano d'opera a basso prezzo in quantità
consistente.
Le prime regioni a colorarsi di Nero furono il Brasile, la Giamaica, le
Barbados, Guadalupa, Martinica e Cuba. La massima domanda di schiavi per
le piantagioni di canna da zucchero si ebbe fra il 1660 e il 1830.
Fra il 1700 e il 1800 furono trasportati nelle Americhe più di
sei milioni di schiavi, con un tasso di mortalità sulle navi negriere
del 13%. Tutti i paesi europei che possedevano porti sull'Atlantico parteciparono
alla tratta, in misura differenziata: il 41% degli schiavi fu trasportato
dagli inglesi, il 29% dai portoghesi, il 19% dai francesi, il 6% dai tedeschi,
l'1% dai danesi.
La prima nazione europea a
specializzarsi nella tratta fu il Portogallo. I primi schiavi venivano
acquistati sulle coste occidentali dell'Africa da popolazioni come gli
Efik, gli Ibo e gli Ibibio in cambio di oggetti di modesto valore. Solo
successivamente, soprattutto con l'irrompere dell'Inghilterra nella colonizzazione
dell'Africa occidentale, si diffuse la pratica della razzia, affiancata
da azioni di distruzione radicale di città e centri religiosi e
commerciali delle grandi civiltà imperiali africane.
Nelle colonie dell'America settentrionale i primi schiavi cominciarono
a giungere all'inizio del XVII secolo. Fu nell'agosto del 1619 che a Jamestown
in Virginia si misero in vendita, insieme ad altri prodotti, i primi venti
schiavi negri, frutto di una razzia olandese su una nave spagnola .
La cosa non dovette impressionare molto gli acquirenti del mercato virginiano,
visto che all'epoca era normale anche per un Bianco subire la pratica
della servitù per saldare i propri debiti. Per alcuni anni gli
schiavi Neri subirono il medesimo destino dei Bianchi, potendo ottenere
anche la libertà in caso di conversione al cristianesimo.
Col crescere del numero degli schiavi di colore venNero però le
prime leggi e con esse una serie di restrizioni sempre più rigide.
La prima legge sulla schiavitù fu quella del Massachusetts nel
1641e nel 1750 la schiavitù era riconosciuta per legge in tutte
le colonie americane.
Il dibattito sulla legittimità morale della schiavitù non
aveva però smesso di tormentare l'opinione pubblica americana,
dentro e fuori le chiese. Negli stati del Nord, meno legati economicamente
al vantaggio di possedere degli schiavi, si giunse a promulgare leggi
che ne proibivano il possesso. Per primo il Vermont nel 1775, poi tutti
gli altri stati a nord del Maryland abolirono la schiavitù che,
nel 1804, poteva dirsi formalmente estinta.
Nel 1808 il Congresso degli Stati Uniti abolì la tratta degli schiavi,
che dal 1820 fu considerata alla stregua di un atto di pirateria e punita
in quanto tale, ma il numero delle persone nere ridotte in schiavitù
continuò ad aumentare grazie all'elevato tasso di natalità
della comunità residente e alla tratta clandestina.
L'elevato numero di schiavi Neri rappresentava contemporaneamente per
il sud una risorsa e un gravoso problema. Se da una parte era impossibile
per l'economia sudista rinunciare all'apporto della manodopera servile,
dall'altra molte erano le conseguenze negative: pericolo di insurrezioni
geNeralizzate e violente; dipendenza economica; problema della coesistenza
con un numero enorme di Neri; rischio del crollo del prezzo degli schiavi,
al punto che sarebbe diventato più economico liberarli che mantenerli,
con la conseguenza però di un autentico "cataclisma sociale"
.
Non è quindi paradossale che le proposte più moderate e
praticabili per giungere ad una progressiva liberazione degli schiavi
venissero da intellettuali e piantatori sudisti e che le prime società
abolizioniste sorgessero nel sud.
Già personaggi del calibro di Washington e Jefferson vivevano con
grande tormento la contraddizione fra l'essere proprietari di schiavi
e la radicata convinzione che la schiavitù fosse una pratica immorale
e condannata da Dio. Questo atteggiamento che a noi sembra ambiguo era
la conseguenza di una condizione economica e culturale complessa per la
quale non c'era una soluzione ideale: se il singolo poteva risolvere moralmente
la questione almeno concedendo la libertà ai suoi schiavi per lascito
testamentario, come fece Washington, era impensabile che l'intera popolazione
Nera venisse simultaneamente liberata.
Un ulteriore elemento di complessità
era dato dal fatto che la condizione dello schiavo non veniva percepita
ovunque nello stesso modo.
È impossibile, ancora oggi, descrivere sinteticamente quale fosse
veramente la condizione dello schiavo, in quanto non vi era, per così
dire, una situazione standard.
La vita dello schiavo era certamente dura sotto ogni aspetto: egli era
per legge un oggetto di proprietà del suo padrone che aveva il
diritto di venderlo, ipotecarlo o trasferirlo come qualsiasi altra proprietà
personale.
Lo schiavo non aveva il diritto di possedere qualcosa o essere soggetto
di contratti civili quali il matrimonio o la compravendita, anche se di
fatto gli veniva di solito riconosciuta la possibilità di contrarre
una specie di matrimonio civile (che non aveva però effetto legale)
e di coltivare piccoli appezzamenti di terra per uso personale.
Quale fosse però la reale condizione del singolo schiavo dipendeva,
più che da fattori legislativi, dal concreto tenore delle sue relazioni
con il padrone e con gli altri schiavi. In questo senso tutta la gamma
delle relazioni può essere immaginata: da quella fra un padrone
paterno e uno schiavo fedele, a quella fra il più crudele schiavista
e lo schiavo ribelle.
Pare comunque errato cercare un'analogia fra il sistema dello schiavismo
e realtà per altri versi similari quale la detenzione nei campi
di concentramento.
Anche all'interno delle grandi piantagioni la condizione degli schiavi
era estremamente varia: la maggior parte di essi lavorava nei campi, ma
vi erano anche domestici, cocchieri, artigiani, ecc.
È probabile che le condizioni di vita della maggior parte degli
schiavi non fossero poi così diverse da quelle degli operai poveri
del nord, se si eccettua, ovviamente, la mancanza di libertà.
Lo schiavo rappresentava per il padrone un investimento di denaro: non
era quindi vantaggioso per lui privarsene, a meno che le sue capacità
lavorative fossero ormai insignificanti. L'obiettivo dei padroni di schiavi
non era di praticare un genocidio, ma di avere mano d'opera a costo molto
basso.
Si deve poi tenere presente che l'immagine popolare di un Sud costituito
solo da grandi piantagioni non corrisponde alla realtà storica.
Alcuni dati sono da tenere in considerazione:
· Diversamente che nelle
Indie Occidentali, negli Stati del Sud c'erano molti più Bianchi
che Neri;
· La maggior parte dei proprietari viveva nella propria piantagione
almeno per alcuni mesi all'anno: conosceva quindi, almeno di vista, i
suoi schiavi e sorvegliava personalmente le procedure di lavoro;
· Nel Sud solo una famiglia su cinque possedeva schiavi, solo una
su cinquanta ne possedeva più di venti e solo una su trecento ne
possedeva più di cento. Nel 1850 le grandi piantagioni con più
di 100 schiavi erano circa 3.000 . In pratica, su 8 milioni di Bianchi
e Neri liberi residenti nel sud, solo 2 milioni possedevano schiavi, e
fra questi solo 200.000 ne possedevano più di venti .
In questo contesto sociale
la situazione dello schiavo era molto varia e l'opinione che può
farsene uno studioso è profondamente influenzata dalle fonti che
utilizza o alle quali ha accesso .
Di fatto, i resoconti dell'epoca testimoniano di una grande varietà
di relazioni, al punto che sostenere che in fondo gli schiavi non stavano
peggio dei lavoratori poveri del nord o che la schiavitù consisteva
in ogni caso in un sistema violento e arbitrario è spesso più
una questione di punti di vista o prese di posizione che di analisi delle
fonti storiche .
Fra il 1820 e il 1860, anche
a seguito dei dibattiti sulla schiavitù, i rapporti fra stati del
Sud e del Nord si deteriorarono fino allo scoppio della Guerra Civile
(1861-1865).
Nel decennio 1860-1870, una serie di emendamenti alla costituzione riconobbe
progressivamente l'emancipazione Nera:
· con il 13o emendamento
tutti i Neri vennero dichiarati liberi;
· con il 14o emendamento vennero riconosciuti cittadini americani;
· con il 15o emendamento venne loro riconosciuto il diritto di
voto.
L'emancipazione legale non
andò però di pari passo con l'emancipazione reale. La discriminazione
continuerà, soprattutto negli stati del sud, fino ad oggi, con
momenti di grave crisi ed episodi frequenti di violenza.
In linea di massima, potremmo
ricondurre le posizioni sul fenomeno della schiavitù alle seguenti:
1. La condanna morale della schiavitù
e del sistema schiavistico, entrambi ritenuti immorali e incompatibili
con il cristianesimo o con i diritti inalienabili dell'uomo: tale posizione
è quella assunta dagli abolizionisti nel secolo scorso e frequente
nelle opere divulgative e perbeniste del XIX e del XX secolo. Secondo
questo punto di vista, la schiavitù doveva essere abolita immediatamente
e rifiutata;
2. L'analisi storica del fenomeno
schiavistico nel contesto culturale e politico dell'epoca: tale posizione
è quella assunta ordinariamente dagli storici, ovviamente con punti
di vista anche significativamente differenti. In ogni caso la schiavitù
viene studiata come fenomeno correlato ad altri e con essi interagente;
3. La giustificazione della schiavitù
sulla base di tematiche razziste: questa posizione è frequente
in libelli religiosi del XVIII e XIX secolo in cui la schiavitù
viene giustificata sulla base di una presunta volontà divina o
di una punizione;
4. Un atteggiamento di evitamento
del problema: è il caso di testi, spesso di autori Neri, che guardano
ai "vecchi tempi delle piantagioni" come ad un'epoca ricoperta
dalla patina della nostalgia e del rimpianto. Il patrimonio della musica
spiritual viene spesso (erroneamente) interpretato in tal senso.
E’ importante comunque
che il lettore tenga presente che il contesto nel quale nascono gli spirituals
è molto più vario e contraddittorio di quanto possa sembrare
e che qualunque semplicistica presa di posizione sul sistema schiavistico
rischia di assolutizzare eccessivamente i termini del problema.
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