Cantare
gli Spirituals con una faccia bianca:
il
problema della credibilità, dell’efficacia e del rispetto
Il
presente quaderno è dedicato ad alcune riflessioni sulla collocazione
culturale dei gruppi italiani che studiano ed eseguono musica religiosa
afroamericana. Trattandosi di semplici riflessioni "ad alta voce",
non presumono alcuna caratteristica di definitività né di autorevolezza,
ma si propongono come occasione di confronto e di sviluppo.
Alla
base del presente quaderno stanno alcune conversazioni con musicisti
e cantanti degli Anìmula Gospel Singers e la lettura di vari saggi,
fra cui Lo sguardo, lo specchio e la maschera di Alessandro
Portelli, If you don’t Go don’t Hinder Me della Reagon e The
Social Implications of the Negro Spiritual di John Lovell, Jr.
Il
problema della credibilità
Quanto
è credibile un gruppo di europei che interpreta canti afroamericani?
Ovvero, qual è la percezione di se stessi come gruppo e la percezione
da parte del pubblico di ciò che avviene su un palco durante un concerto
di gospel o spiritual tenuto da non appartenenti all’etnia afro-americana?
Credo
che si possano già distinguere due diversi atteggiamenti: quello di
chi non se ne preoccupa e non se ne è mai preoccupato (quindi, non
ponendosi il problema, non lo percepisce neppure come problema) e
quello di chi, di fronte ad esperienze precise, ha dovuto interrogarsi
e trovare risposte. Io, naturalmente, appartengo al secondo gruppo.
E’
probabile che, nel momento in cui nasce un nuovo gruppo musicale,
le motivazioni "intellettuali" siano scarsamente presenti.
Nella maggior parte dei casi i gruppi musicali sono costituiti da
dilettanti mossi dalla magica espressione "mi piace", intorno
alla quale si costituisce la struttura, la sonorità, il genere coltivato
dal gruppo stesso. Ma nel caso di un gruppo che decida di cantare
il gospel qualche problema in più prima o poi emerge. Se infatti ogni
tipo di musica classica, il rock, il pop, il jazz e persino il rap
hanno ormai acquisito una dimensione trasversale, nel senso che non
sussistono obiezioni all’idea che chiunque possa suonare o cantare
questi generi musicali, quando si legge o si parla di un concerto
gospel inevitabilmente si aggiunge al nome del gruppo quell’altra
magica frase: "sono neri" (o la frase più malinconica, "sono
bianchi").
Dunque,
qual è la credibilità di un gruppo di bianchi che canta il gospel?
Le
più comuni obiezioni che ho sentito sono le seguenti:
Il gospel
è una musica "da neri";
Il repertorio
spiritual e gospel è tipico delle chiese nere e per noi bianchi è
difficile capirlo ed interpretarlo.
Personalmente
i dubbi che mi sono posto sono di natura diversa, ma lasciando i miei
dubbi a più tardi, vediamo di comprendere cosa hanno in comune queste
obiezioni.
In
primo luogo direi che hanno in comune la sottolineatura di una sostanziale
differenza fra il nero e il bianco. Ciò che viene sottolineato è il
carattere nero del patrimonio gospel contrapposto alla "bianchezza"
di chi lo interpreta. Anche il pubblico meno formato dal punto di
vista musicale associa spontaneamente canzoni come Oh Happy Day a
corpulenti africani che indossano una tunica liturgica (e a me è capitato
di ottenere alcuni ingaggi previa assicurazione di cantare "con
la tunica"). L’associazione del gospel ad un gruppo di bianchi
ha un po’ il sapore del ripiego, dell’imitazione, del dilettantesco.
Credo che chi si occupa di gospel da qualche tempo abbia più volte
percepito questo problema.
Ma
la questione è dunque semplicemente risolvibile a livello razziale?
Dobbiamo cioè dare per scontato che il gospel sia una realtà esclusivamente
nera e solo per imitazione possa per così dire sbiancarsi? Ricadiamo
insomma nella interminata diatriba della percezione della diversità
come irriducibile separazione o, dall’altra, come falso problema?
Credo
che il problema sia complesso e che derivi dal combinarsi di molti
fattori, fra cui:
La
dimensione anche coreografica dell’interpretazione del gospel, che
implica spesso l’adozione di abiti, gesti, posture "per imitazione";
L’assenza
di modelli autorevoli di gospel bianco (non perché manchino ottimi
gruppi di gospel composti da bianchi, ma perché mancano personaggi
bianchi in qualche misura "imitabili", in quanto la musica
cristiana bianca contemporanea percorre altri circuiti commerciali
e di fruizione rispetto a quella nera, con un repertorio diverso).
Insomma,
per fare musica gospel, quanto bisogna essere o sembrare neri? E la
questione è solo una questione di colore?
Numerosi
testi affrontano la questione fin dalla metà dell’800, e l’indubbio
valore artistico della musica nera spinse i produttori di inizio XX
secolo a creare circuiti di musica nera suonata da neri a beneficio
di un pubblico bianco e spettacoli di minstrels in cui cantanti bianchi
interpretavano canzoni "al modo dei negri" con la faccia
dipinta di lucido da scarpe. Nell’America razzista dei primi anni
del novecento (non che abbia smesso di esserlo…) la questione era
certamente più complessa e più grave di quanto lo sia in Italia oggi:
in sostanza oggi il problema si pone più su un piano artistico che
sociale e non è in gioco esplicitamente una contrapposizione fra mondo
nero e mondo bianco. Resta però il dubbio: per fare gospel bisogna
essere neri? Il patrimonio della tradizione religiosa afroamericana
(diversamente da quella secolare) deve per un europeo bianco essere
solo un patrimonio di cui fruire senza potere in qualche modo influirvi?
James
Weldon Johnson affrontò la questione nel 1925 affermando che il problema
della voce "nera" non è genetico ma culturale: si impara
a cantare in un certo modo perché si frequenta un certo ambiente.
Johnson ricorda bambini bianchi allevati in comunità di neri che cantavano
allo stesso modo dei loro coetanei di colore. Il problema per Johnson
non è avere delle doti genetiche, ma "sentire" quello che
si fa, percepire ciò che si canta come vero, come espressione di un
bisogno interiore di cantare e di cantare quelle cose in quel modo.
Il
mio dubbio è dunque il seguente: forse la visibile questione del colore
nasconde una meno visibile questione di Spirito. E’ vero che un coro
di neri dà l’impressione di essere più "adatto" al gospel,
ma se è più adatto non è essenzialmente perché un qualche dono di
Dio li ha resi più consoni al gospel, ma perché in quel mondo di riferimenti
culturali e musicali sono nati ed hanno imparato ad esprimersi. Ciò
forse non è sempre vero nei gruppi di professionisti che si esibiscono
in giro per il mondo, ma immancabilmente le biografie dei cantanti
e delle cantanti, dei compositori e dei direttori di gospel ricordano
mamme, zie, nonne che cantavano gli spirituals e chiese nelle quali
si sono mossi i primi passi. Spesso, dunque, anche il cantante non
religioso ha una sufficiente formazione culturale, e soprattutto esistenziale,
che gli consente di "sentire" ciò che fa, di percepirlo
come espressione di una parte di sé autentica anche se forse non esaustiva.
Se
questo è vero, mi azzardo a pensare, per la maggior parte di chi in
America si dedica al gospel, lo stesso non può dirsi per il mondo
nero in generale. Un nero di religione musulmana non solo non canterà
il gospel per motivi religiosi, ma non riuscirebbe a cantarlo neppure
se lo volesse, così come un cristiano europeo non riuscirebbe a cantilenare
una Sura del Corano se non ne comprendesse e condividesse il significato.
Ma anche un africano cristiano potrebbe incontrare difficoltà con
la musica gospel, perché il gospel è una musica afroamericana e non
africana o americana; possiede cioè caratteri propri irriducibili
solo all’una o all’altra dimensione. Un coro di ragazzi della Guinea
Bissau con cui ho cantato a Verona non cantava assolutamente il gospel,
per il semplice motivo che erano stati cresciuti nella fede cattolica
ed in una comunità fortemente influenzata dall’impostazione europea
(potrei dire romana) del cattolicesimo. Di conseguenza la sonorità,
l’impostazione della voce, la polifonia erano essenzialmente europee,
con qualche concessione all’Africa nell’uso delle percussioni e nello
slittamento del tempo.
Diversamente,
la chiesa cattolica afroamericana ha acquisito nel proprio patrimonio
musicale buona parte degli spirituals della tradizione e del gospel
classico e contemporaneo, come testimonia l’innario Lead Me, Guide
Me che, composto esplicitamente per l’uso nella chiesa cattolica,
riporta canzoni battiste, metodiste, pentecostali e di autori contemporanei
non cattolici. Il risultato è che, almeno nelle intenzioni, la diversità
nella struttura del rito non impedisce di attingere al medesimo patrimonio.
Per
quanto riguarda la situazione delle chiese evangeliche di colore in
Italia, la mia recente esperienza di collaborazione con alcune cantanti
della Holy Fire Pentecostal Church, ghanesi, mi ha dato prova che
esiste una distanza notevole fra africani ed afro-americani e che
un gospel cantato nella chiesa ghanese è in buona misura privo degli
apporti culturali delle chiesa afro-americane (per quanto la chiesa
pentecostale sia di origine californiana ed il repertorio musicale
sia, per quanto riguarda i brani in inglese, quello delle chiese americane).
Per esempio, le competenze musicali della maggior parte dei cantanti
e dei musicisti di questa chiesa sono molto modeste, apparentemente
a dispetto del loro "essere neri". Il fatto è che nessuno
di loro aveva studiato musica o canto a scuola (cosa invece abbastanza
comune negli Stati Uniti, dove si canta spesso) e probabilmente, allontanatosi
presto dalla comunità di origine per lavorare in Italia, non aveva
potuto godere di un sufficiente tempo di "incubazione musicale"
nel tessuto africano (si ricordi che la maggior parte degli immigrati
dall’Africa Occidentale ha un elevato titolo di studio, viveva in
città e frequentava scuole di tipo europeo, restando probabilmente
a qualche distanza dalla tradizione canora e musicale). Alla Choir
Day Celebration del 2001 il coro e i musicisti bianchi degli Anìmula
hanno fatto ben più impressione all’assemblea nera dei neri cori pentecostali
(e, ahimè, non per virtù intrinseca degli Anìmula che, per giustizia
di cronaca, diedero in tale occasione una prova assolutamente mediocre
di sé, ma per i limiti musicali degli altri gruppi presenti).
Non
è raro d’altra parte, sentire cantare solisti e soliste bianchi dotati
di una timbrica "nera" e perfettamente a proprio agio nelle
improvvisazioni e interpretazioni del gospel.
Al
Gospel Festival di Varese 2001 gli All Grace di Stoccolma, bianchi
e biondi, hanno impressionato per la precisione e la forza del proprio
spettacolo, ma le stelle della manifestazione sono stati i Wood Green:
neri, sebbene inglesi. Al di là delle straordinarie doti canore e
comunicative di Colin Vassel e delle coriste del Wood Green Gospel
Choir, non è azzardato pensare che buona parte del pubblico abbia
colto più facilmente il carattere gospel del loro repertorio anche
in virtù del colore della pelle.
Personalmente
credo che uno dei grossi limiti di molti cori italiani, compreso il
mio, sia quello di non avere chiara coscienza di ciò che si sta facendo,
limitandosi cioè a cantare per il piacere di sentire la polifonia
in atto, indifferenti al significato e alle radici culturali di ciò
che si sta cantando. In diversi casi ho avuto l’impressione che la
bravura e la precisione di molti gruppi fossero limitate da una specie
di "paganesimo" dell’anima, cioè da un’interpretazione essenzialmente
laica. Nella stessa direzione mi pare che vada l’abitudine di molti
cori di accostare alla musica religiosa brani secolari di Rhythm and
Blues, Pop, Soul o addirittura New Age: non che ciò sia proibito o
limiti in qualche modo la potenzialità del gospel, visto che il gospel
contemporaneo è aperto ad ogni contaminazione, ma a mio avviso illumina
su un atteggiamento piuttosto "sradicato" del gospel italiano.
In
tal senso gioca una sfavorevole situazione della chiesa italiana:
quella di avere quasi per intero perso il significato liturgico del
canto e soprattutto di non avere sensibilità per i testi. Molti dei
cantanti dilettanti di gospel in Italia ruotano intorno alla chiesa
cattolica, ma raramente possono dire di avere ricevuto da essa una
adeguata formazione al canto, non tanto dal punto di vista tecnico,
quanto da quello spirituale. E’ infrequente che al canto in chiesa
sia riservato lo spazio che gli compete: si canta più per riempire
degli spazi vuoti che per esprimere qualcosa, ed il risultato è che
la maggior parte delle assemblee religiose italiane canta con fatica
e non è in grado di dare valore a ciò che sta cantando. Quando un
giovane cattolico italiano si inserisce in un gruppo gospel e comincia
a cantare qualcosa che gli dà più soddisfazione e carica dei ripetitivi
inni liturgici, incontra spesso l’ostilità di buona parte del mondo
ecclesiale, chiuso ad una riforma profonda del canto liturgico e legato
a modelli tanto tradizionali quanto superati. E non trova spazi per
cantare il suo canto religioso in contesti liturgici, dove sta la
sua culla.
Per
ragioni tecniche, ma soprattutto per ragioni culturali, i gruppi gospel
si trovano costretti a spostarsi dalle chiese ai teatri e dai contesti
religiosi a quelli laici, arricchendo indubbiamente, in questa specie
di diaspora dello Spirito, il mondo laico, ma impoverendo nello stesso
tempo la propria chiesa di origine.
Un
altro grosso problema è quello di non conoscere l’inglese e di non
capire quello che si ascolta o, peggio, quello che si canta. Sono
rimasto piuttosto costernato, per esempio, dal fatto che dei tre brani
con cui ha iniziato a lavorare un piccolo gruppo di gospel veronese
due fossero spirituals e uno, Aquarius, fosse tratto dal musical Hair
ed il suo testo astrologico e New Age nulla avesse a che fare, neppure
da distante, con il gospel. La giustificazione della direttrice è
stata che a lei piaceva.
Del
resto, quando quattro anni fa ho cominciato con il mio gruppo, nessuno
dei cantanti e musicisti aveva idea di cosa stava cantando, e solo
in tempi recenti, dopo lungo battagliare, è diventato comune che mi
si chieda di tradurre i testi e di spiegare un po’ cosa significano.
Risultato:
nell’interpretazione della musica religiosa afroamericana, la condivisione
del significato profondo delle canzoni ha un valore oppure no? E’
possibile, in altri termini, interpretare credibilmente, supponiamo,
un brano di rock satanico senza comprenderne e condividerne il significato?
Si può interpretare credibilmente una canzone d’amore senza sapere
che parla d’amore? E’ la stessa cosa cantare in italiano o in ebraico
(per chi non sa l’ebraico?) Insomma: non è che magari il problema
della credibilità sia più un problema di cultura che di pelle?
Forse
il fatto che gli spirituals siano così belli sottrae agli interpreti
e al pubblico un più intenso desiderio di comprenderli più a fondo,
e forse in ciò si manifesta ancora una volta la poetica ambiguità
dello spiritual, la sua capacità di dire e contemporaneamente nascondere,
di riservare se stesso, nel suo più profondo significato, solo a chi
riesca ad andare al di là della superficiale bellezza.
Io
mi sono convinto che non ci può essere sviluppo se si rinuncia a capire
a fondo le radici di ciò che si sta facendo e che, comprendendo il
mondo musicale in cui si opera, poco alla volta la via giusta emerge
e si rende riconoscibile.
Non
voglio dire con questo che solo un credente fermamente convinto delle
proprie idee possa cantare gli spirituals, anzi credo piuttosto che
la propensione ad accettare passivamente la propria fede sia un ostacolo
alla comprensione della natura problematica e complessa degli spirituals
e quindi anche ad una interpretazione corretta ed efficace. Credo
però che, nel momento in cui si canta, si debba credere a ciò che
si fa, si debba cioè compiere quel processo di mimesis che consente
all’artista di diventare servitore della verità artistica e di fare
dire alla canzone quello che essa deve dire. E questo perché nello
spiritual non è in atto un artista che esprime se stesso come irriducibile
originalità, ma un popolo che dice se stesso (e questo tanto più nello
spiritual che nel gospel contemporaneo) e che, nella ricerca del modo
migliore per dirlo, esprime una fede ed un dubbio che sono comunitari,
non personali. Come un cantastorie, un aedo miceneo o un griot africano
il cantante di gospel è servitore della comunità, ministro del canto.
Il canto non gli appartiene: è lui che appartiene al canto.
Credo,
dunque, che si debba superare il limite inaccettabile della "laicità"
del cantare. Quando Queen Esther Marrow canta Imagine, ne modifica
il testo per renderla "cristiana", quindi cantabile; quando
canta Bridge Over Trouble Water, il soggetto del canto diventa Dio
e le radici semantiche dell’acqua smossa dalla mano dell’angelo di
Dio si fanno sentire.
Esiliati
da un rapporto diretto, sia pure conflittuale, con Dio, la percezione
salvifica dello spiritual non emerge. "Come cantare i cantici
del Signore in terra straniera?". E’ la ripresa del nostro patrimonio
biblico e spirituale che può fare di noi europei dei veri cantanti
di gospel, cioè dei veri portatori del messaggio di Dio, e questo
indifferentemente dalla nostra personale fede e indifferentemente
dal colore della pelle. Del profeta biblico si sottolinea la "vocazione"
cioè l'essere non proprietario della parola, ma solo portavoce (e
questo è infatti il significato più appropriato del termine "profeta",
almeno nella sua versione greca). Non importa che l’interprete sia
sempre convinto della verità profonda di ciò che dice, o assolutamente
la comprenda: importante è che se ne preoccupi e se ne ritenga responsabile,
che capisca che ciò che può essere insignificante o oscuro per lui
è importante e luminoso per altri e che la sua voce può salvare uomini
e donne dall’abisso della disperazione. Questo è ciò che cerco di
dire a Francesca e Federica quando cantano. Questo è ciò che disse
Emily, quattro anni fa: "Ma io, quando canto, ci credo".
Il
problema dell’efficacia
Quali
devono essere le caratteristiche di un gruppo gospel? Esistono dei
criteri per definire la qualità di un concerto gospel? E se sì, quali
sono?
Mi
collego a quanto scritto sopra, sostenendo che il Gospel, come ogni
altra forma artistica, chiede una specifica devozione e che, per il
gospel, la devozione deve essere "religiosa", nel senso
di comprendere che la fonte del gospel e dello spiritual scaturisce
sempre e comunque da un orizzonte di senso che si avvale della simbologia
e delle strutture referenziali della tradizione giudeo-cristiana.
Anche dove più sono evidenti le influenze animiste e politeiste africane,
il referente resta comunque religioso e religiosi d’altronde sono
anche i contesti da cui scaturisce buona parte della musica secular
nera, come il blues.
Credo,
quindi, che il denominatore comune di un concerto spiritual o gospel
debba essere cercato nella sostanziale religiosità dell’evento. Ma
come rendere condivisibile ed efficace un messaggio per sua natura
religioso in un contesto potenzialmente laico come una sala da concerti?
Come avvicinare alla comprensione del significato dei canti gospel
persone che, pur interessate al contenuto religioso dei canti, non
conoscono l’inglese o persone che, pur conoscendo l’inglese, non sono
interessate al contenuto dei canti, ma solo alla dimensione musicale
dell’evento?
Anche
in questo ritengo esista una base di partenza per affrontare il problema,
un denominatore comune che è la dimestichezza degli italiani con un
linguaggio religioso che è nella sua sostanza condiviso anche dagli
strati più laici della società. Il fattore dell’appartenenza ad una
tradizione religiosa culturalmente condivisa, con i suoi linguaggi
e i suoi simboli, può essere la porta attraverso cui la forza del
Gospel può entrare. Mi sono accorto, nel corso degli oltre 50 concerti
tenuti con gli Anìmula, che in molti casi la gente "sentiva"
ciò che accadeva sul palco; "sentiva" che i testi delle
mie predicazioni non riproducevano semplicemente parole trite, ma
che, usando un linguaggio comune, si sforzavano di lasciare esprimere
agli Spirituals quello che avevano da dire; "sentiva" che
oltre il cantare (con maggiore o spesso minore competenza) c’era il
tentativo di scavare nell’anima, pur nella modestia dei nostri mezzi
e della mia voce. E in alcuni casi credo che la gente abbia raggiunto
quella strana terra in cui il senso non viene dalla qualità, ma dalla
verità; un po’ come quando, ascoltando le registrazioni di Alan Lomax
nelle carceri del Texas o nelle Sea Islands della Georgia, si percepisce
un’espressione di autenticità che non ha bisogno di una sala di incisione
o di una quadratura "europea" dei tempi e della polifonia.
Fra
le più belle emozioni che ricordo su un palco stanno una versione
molto etnica di Go in the Wilderness, con il pubblico che si batteva
le mani sulle cosce e cantava circondato da un’atmosfera di cupo silenzio,
tutto intorno a noi, nel buio della sala, quasi come essere veramente
nelle boscaglie del North Carolina a cantare di notte intorno ad un’anfora
rovesciata; e la tensione in sala quando Bobo Facchinetti sosteneva
con il suo rullante militare la lettura dell’ultimo messaggio di John
Brown fino a quando la voce di Francesca ci faceva capire che sì,
ne era valsa la pena che il vecchio John Brown, fedele fino in fondo
alla sua ottica puritana, si consegnasse in quel modo, onestamente
e disperatamente, alla forca, mentre la sua anima, ostinatamente e
profeticamente, si rifiuta tuttora di morire.
Gli
italiani dunque, anche se non capiscono l’inglese e anche se sono
distanti anni luce dai modelli espressivi afroamericani, condividono
con essi un comune patrimonio di immagini bibliche, di speranze e
di attese, ed è alla portata di ogni cantante e musicista gospel ritrovare
dentro se stesso questo comune patrimonio.
Ogni
gruppo, ogni cantante ed ogni musicista, insomma, dovrebbe trovare
il suo personalissimo modo di mettersi a servizio della musica, ciascuno
secondo le sue capacità e i doni che gli sono dati. Fra i tanti insegnamenti
che ho ricevuto da Bobo Facchinetti, quello che certamente non dimenticherò
è il seguente: "Se sai fare due note, fai due note, ma falle
giuste". Dove per giusto non intendeva "corretto",
ma "vero". E’ in fondo l’insegnamento di Hemingway: scrivere
la verità, solo la verità e nient’altro che la verità.
Credo
che un buon atteggiamento di fronte al proprio modo di fare musica
sia quello di chiederci se quello che stiamo facendo è importante
per noi ed esprime veramente quello che sentiamo, ma anche se stiamo
veramente cantando gospel o dell’altro. Le modalità per favorire la
relazione con il pubblico sono poi le più diverse, e ciascun gruppo
individuerà quelle che più gli sono congeniali o possibili.
Non
è neppure detto che le modalità di esecuzione debbano necessariamente
rientrare fra quelle che già appartengono alla tradizione del gospel;
il futuro, come è ovvio, è ancora da scrivere. Ma è importante che
non sia spezzato il filo che lega tutta la tradizione. In definitiva,
come nell’ambito di un concerto gospel si può trovare il modo di inserire
brani che vengono da altre tradizioni senza perdere la dimensione
spirituale dell’evento, è anche possibile che un gruppo che ha in
repertorio anche molti brani gospel non sia di fatto un gruppo gospel,
se la modalità di interpretare, comprendere e trasmettere i brani
gospel non sarà diversa da quella adottata per i brani di altro genere.
Il concerto "gospel" che ho sentito a Lido di Jesolo nell’agosto
2001, ottimo dal punto di vista tecnico ed artistico, non vedo come
lo si possa definire tale; per quanto buona parte dei brani fossero
rielaborazioni di spirituals e interpretazioni di gospel contemporaneo,
nulla faceva pensare, nell’interpretazione e nei gesti dei cantanti
e del direttore, che fosse in gioco l’espressione di una qualche religiosità.
Tutto sembrava ordinato alla miglior resa tecnica possibile (obiettivo
raggiunto), a danno dello Spirito (che infatti, mi pare, non soffiò).
Per
quanto sia irrinunciabile l’impegno a dare il meglio di sé dal punto
di vista tecnico, non esiste, a mio modo di vedere, la possibilità
di fare gospel fuori da una comprensione della valenza espressiva
propria di questo genere artistico.
Il
fatto che l’attitudine religiosa degli europei non sia spontaneamente
aperta ai fenomeni di svenimento, ipercineticità, isteria che accompagnano
le performance dei migliori cori delle chiese pentecostali americane,
né il fatto che il pubblico italiano sia più freddo e meno partecipe,
meno propenso a lasciarsi coinvolgere e meno istruito musicalmente
escludono che questa musica possa veramente e profondamente cambiare
il destino delle persone.
Il
problema che potremmo porci è dunque il seguente: come fare in modo
che canti nati in un altro contesto abbiano rilevanza per noi qui
ed ora?
La
soluzione sta nell’interrogarci seriamente sull’origine del nostro
andare e sulla meta che vogliamo conseguire. Se l’obiettivo sarà semplicemente
quello di divertirci o cantare delle belle canzoni, tutta la questione
non ci riguarderà e la possiamo tranquillamente evitare.
Ma
se veramente vogliamo esprimere ciò che il gospel è, dobbiamo fare
lo sforzo di conoscerlo e di capire che cosa ci chiede.
Il
problema del rispetto
In
quale misura l’adozione di lingua, espressività, posture ed abbigliamento
della tradizione religiosa afroamericana può dare origine a fenomeni
di scorretta imitazione o di mancanza di rispetto?
La
desacralizzazione di un rito comporta sempre un’ingiustizia nei confronti
di chi è ad esso legato e denota mancanza di sensibilità e spesso
ignoranza.
Se
un gruppo rock mettesse in scena una messa cattolica su un palcoscenico
e utilizzasse gesti, paramenti, testi della liturgia, sia pure senza
una esplicita o implicita intenzione dissacratoria, la sensibilità
di molti sarebbe duramente colpita.
D’altra
parte l’uso invalso in certe comunità ecclesiali di celebrare una
specie di Seder pasquale il giovedì santo comporta lo stesso
rischio di sottrazione e valorizzazione del rito liturgico centrale
della vita ebraica.
Non
è lo stesso che cantare senza comprensione canzoni religiose che spesso
sono il frutto di sangue e dolore?
Uno
dei problemi che ci siamo recentemente posti io e Fulvio, parlando
per l’ennesima volta del futuro del nostro gruppo perennemente attraversato
da crisi di identità, è stato se fosse o meno il caso di indossare
le tuniche durante i concerti. La questione non si riferiva ad un
aspetto semplicemente scenografico, ma a cercare di capire quale significato
le tuniche rivestissero fuori del loro contesto liturgico. Il dubbio
di Fulvio ruotava anche intorno all’impressione che le tuniche indossate
da bianchi (e torniamo alla questione originaria) comunicano al pubblico:
non possono essere, in fin dei conti, un modo per esprimere una forma
di passiva imitazione, di dilettantismo e in qualche misura di mancanza
di rispetto nei confronti della religiosità afroamericana?
Convenendo
con lui che il rischio c’è e non è di poco conto, ho sostenuto che
le tuniche rappresentano una scorciatoia per il pubblico medio che
almeno capisce a grandi linee di cosa si tratta, ma che indubbiamente
possono risultare eccessive per chi è in grado di andare al di là
delle apparenze.
Vi
sono però due elementi che giocano a favore delle tuniche: il fatto
che la tunica (robe) rappresenta nell’immaginario collettivo
delle chiese afroamericane l’acquisizione di una posizione culturale
ed economica (è il realizzarsi sulla terra del sogno "I got
a robe, you got a robe, all of God’s chillun got a robe")
e che quindi l’indossarla non è privo di accenti; in secondo luogo
che l’espropriazione del gospel al suo contesto naturale, quello delle
chiese, si può in parte recuperare trasformando per un’ora un palcoscenico
in un luogo liturgico. Nel mio ruolo di preacher non mi sono
mai sentito a disagio con la tunica perché l’ho sempre percepita non
come abito di scena, ma come paramento sacro che mi investe di un
ruolo.
L’esempio
della tunica può essere accostato a mille altri casi, e oserei dire
che la mia idea è che lo sforzo di comprendere le ragioni per cui
le cose sono quelle che sono ci consente di fare scelte oculate, diversificate
e giustificabili. Non è sempre importante cosa si sceglie, ma è sempre
irrinunciabile sapere perché si è scelto questo piuttosto che quello.
Tornare
sulle proprie scelte, rivederle, ripensarle è poi segno di serietà
e autentico rispetto, come è segno di maturità capire che le cose
giuste e belle non possono restare patrimonio di un gruppo, di una
nazione o di un’etnia. Da quando, a partire dal tempo della Guerra
Civile Americana, gli Spirituals sono diventati noti fuori del contesto
nel quale erano stati forgiati, nessuno può impedire che essi vengano
riletti, reinterpretati e in qualche modo stravolti. E ciò non indica
una perdita, ma un vantaggio. Il rischio di un eccesso di filologia,
con l’intenzione di essere il più vicino possibile alle origini, spesso
porta ad un semplice ricostruire l’immagine esteriore di un evento
(per esempio attraverso un musical sulla schiavitù interpretato da
cantanti di colore) senza riuscire però ad esprimerne la profondità.
D’altra parte, l’assenza di comprensione del tessuto storico e culturale
porta nella stessa direzione, a cogliere cioè del fatto solo la superficie
a dispetto dell’enorme profondità sottesa.
Certamente
uno sforzo di approfondimento richiede anche una formazione del pubblico
che, in un contesto ormai totalmente avulso da una diffusa competenza
musicale di base, si presenta come difficile e forse disperata.
Io
credo che un primo piccolo passo stia nel fornire sempre un breve
momento di spiegazione di ciò che sta accadendo sul palco. Un altro
modo è quello di coinvolgere il pubblico non solamente facendolo cantare,
ma facendogli capire cosa sta cantando e perché.
In
questo modo, sottolineando la specificità di quel momento di musica,
si aiuta a capire la verità di quello che si sta facendo. Non si tratta
di fingere di riprodurre un rito liturgico afroamericano, che sarebbe
blasfemo, ma di utilizzare un patrimonio religioso, in questo caso
musicale, per diffondere un’idea di Dio, del mondo, dell’uomo fuori
dal contesto originale, così come un’icona fuori da una chiesa non
smette di esprimere, anche se con maggiore difficoltà, il proprio
essere immagine di Dio.
Approfondimenti
La
tematica della "linea del colore" è indagata con acutezza
da Alessandro Portelli in alcuni dei saggi raccolti in A.Portelli,
La linea del colore, Saggi sulla cultura afroamericana, Manifestolibri,
1994. In particolare sono fondamentali i saggi raccolti nella prima
parte (Incontri) e nella seconda (Memoria).
Testi
importanti in lingua inglese si trovano nel volume antologico curato
da Katz Bernard (ed.), The Social Implications of Early Negro Music
in the United States, Ayer Company Publishers, Inc., North Stratford,
NH, 1969. In particolare, oltre all’Introduzione di Katz, sono da
leggere i saggi di W.E.B. Du Bois (1903) e John Lovell Jr. (1939).
Sempre
in lingua inglese, ma di non difficile lettura, è il volume di Reagon
Bernice Johnson, If You don’t Go, don’t Hinder Me, The African American
Sacred Song Tradition, University of Nebraska Press, Lincoln and London,
2001.
Un
approccio ugualmente stimolante, meno storico e più letterario può
derivare dalla lettura di romanzi di autori afroamericani, in particolare,
tradotto in italiano, Ralph Ellison, Uomo invisibile, Einaudi, 1993. |